Un medico controlla pratiche e appuntamenti in ambulatorio, con pazienti in attesa sullo sfondo: il tema delle tariffe e delle liste d’attesa.
Alla vigilia della conferenza nazionale Uap sul nuovo tariffario della specialistica ambulatoriale, in programma in queste ore, Luca Marino, vicepresidente della sezione Sanità di Unindustria, ha lanciato l’allarme sulle possibili ricadute per il Servizio sanitario nazionale, dalle liste d’attesa alla qualità dei medici nelle strutture accreditate, dopo l’annullamento del precedente decreto da parte del Tar e l’avvio di una nuova rilevazione dei costi da parte del ministero.
Tariffe sanitarie, il nodo della sostenibilità per le strutture accreditate
Il punto, secondo Unindustria, non riguarda soltanto i bilanci delle strutture. Una tariffa sanitaria troppo bassa, ha spiegato Marino in una nota, incide sulla capacità degli ambulatori e dei poliambulatori accreditati di «attrarre e trattenere professionisti esperti». E questo, nel tempo, può tradursi in meno prestazioni disponibili per i cittadini.
La questione arriva in una fase delicata per la specialistica ambulatoriale, settore che già sostiene una parte rilevante della domanda pubblica attraverso le strutture convenzionate con il Ssn. “Una remunerazione inadeguata rischia di ridurre la qualità e la capacità di risposta del Servizio sanitario nazionale”, ha detto Marino, collegando il tema anche all’aggravamento delle liste d’attesa. Non è un passaggio tecnico, insomma. È una partita che finisce sugli sportelli Cup, nelle agende piene, nelle visite rimandate.
Dopo lo stop del Tar, dubbi sulla nuova rilevazione dei costi
Il precedente decreto sulle tariffe della specialistica è stato annullato dal Tar, e il ministero ha avviato una nuova rilevazione dei costi. Marino parla di “un problema di grande rilevanza”, perché — sostiene — restano aperti dubbi sulla rappresentatività dei dati raccolti nelle diverse branche e sulla capacità di ricostruire il costo reale delle singole prestazioni.
Il timore di Unindustria Sanità è che una media generale possa nascondere squilibri interni. Un esempio citato è quello della medicina di laboratorio, dove il rapporto tra costi e ricavi viene stimato al 99,7%. A prima vista, un equilibrio quasi pieno. Eppure, osserva Marino, “il dato medio può indicare un equilibrio complessivo, ma non dimostra che ogni prestazione sia correttamente remunerata”. Alcuni esami, in concreto, potrebbero costare più della tariffa riconosciuta.
È qui che il ragionamento si fa più concreto. Una struttura può risultare in pareggio sulla carta, ma perdere su determinate attività, magari proprio quelle più richieste o più complesse. “Alcune prestazioni possono avere costi reali superiori alla tariffa riconosciuta”, ha sottolineato il vicepresidente di Unindustria, chiedendo un metodo più aderente ai costi effettivi.
Il caso Friuli Venezia Giulia e il confronto con la bozza 2026
A sostegno della propria posizione, Unindustria richiama il caso del Friuli Venezia Giulia, dove è stata condotta una ricostruzione analitica del costo di 89 prestazioni di diagnostica per immagini e riabilitazione. Il confronto con la bozza tariffaria nazionale 2026, elaborato da Uap, mostra tariffe regionali superiori in 77 casi su 89.
Per Marino, il dato è indicativo. “Se un’analisi costo per costo porta sistematicamente a valori più alti, significa che nella tariffa nazionale manca qualcosa”, ha osservato. E quel qualcosa, secondo l’associazione, riguarda spesso il costo del lavoro medico, cioè la componente professionale più difficile da comprimere senza conseguenze sulla qualità.
La criticità emerge soprattutto nelle prestazioni ad alta intensità professionale: visite specialistiche, ecografie, attività diagnostiche che richiedono esperienza, tempo clinico, responsabilità. “Con tariffe molto basse, dopo aver sostenuto tutti gli altri costi, quanto resta per remunerare adeguatamente un medico con venti o trent’anni di esperienza?”, ha chiesto Marino. Una domanda secca, rivolta al tavolo tecnico ma anche alla programmazione sanitaria nazionale.
Liste d’attesa e medici esperti, l’allarme sul rischio fuga verso il privato
Il rischio indicato da Unindustria è che i professionisti più qualificati scelgano il privato puro, dove le tariffe sono determinate direttamente dal mercato e non dai rimborsi pubblici. “Il rischio è che i professionisti migliori si spostino verso il privato puro, impoverendo l’offerta del Ssn”, ha ammesso Marino. In quel caso, la perdita non riguarderebbe solo le strutture accreditate, ma l’intero circuito dell’assistenza pubblica.
Il tema si intreccia con quello delle liste d’attesa, uno dei fronti più sensibili per i cittadini. Marino ricorda che il Pnrr ha destinato 2 miliardi di euro alle Case della comunità, ma avverte che “una nuova struttura fisica non riduce da sola i tempi di attesa”. Servono personale, programmazione, prestazioni acquistabili e sostenibili. Solo allora gli investimenti in muri e sedi possono diventare accesso reale alle cure.
Secondo Unindustria, esiste già una rete diffusa di strutture private accreditate che potrebbe essere utilizzata di più dal Servizio sanitario nazionale. “Occorre programmare meglio le risorse disponibili”, ha spiegato Marino, indicando una strada che passa da tariffe costruite sui costi reali e non da valori medi considerati insufficienti.
La richiesta finale, precisa il vicepresidente, non è un aumento indistinto. “Non chiediamo tariffe più alte, ma tariffe corrette, costruite sui costi reali e capaci di riconoscere il valore della componente professionale”, ha concluso Marino. Senza strutture sostenibili e senza medici esperti, è il messaggio, si riduce anche la capacità del Ssn di rispondere ai bisogni dei cittadini.
