Una cliente valuta i prezzi al banco carne con pochi prodotti nel cestino, simbolo di spesa ridotta e scelte obbligate.
Il 31% delle famiglie italiane ha ridotto nel 2025 la spesa alimentare, tagliando quantità e qualità dei prodotti acquistati, in Italia, per effetto del caro prezzi legato anche alle guerre in corso e all’aumento dei costi lungo la filiera agroalimentare: è quanto emerge dallo studio “Guerre e Food Insecurity” pubblicato dal Centro Studi Divulga, che fotografa una difficoltà ormai entrata nella vita quotidiana di molti nuclei.
Povertà alimentare, una famiglia su tre compra meno e peggio
La fotografia del Centro Studi Divulga è netta: quasi una famiglia su tre ha rivisto il proprio carrello, scegliendo meno prodotti e, spesso, alimenti di qualità inferiore. Non si tratta solo di rinunce occasionali. Secondo lo studio, un nucleo su dieci non riesce a permettersi un pasto proteico, quindi carne o pesce, almeno ogni due giorni.
Il dato racconta un cambiamento silenzioso, ma visibile nei supermercati, nei mercati rionali, nelle scelte davanti agli scaffali. Si compra con più attenzione, si confrontano i prezzi, si lascia qualcosa indietro. E per molte famiglie, specie con redditi bassi o instabili, quella che prima era una strategia di risparmio è diventata una necessità.
La povertà alimentare colpisce il 9,3% degli italiani, ma sale al 18,4% tra le fasce a basso reddito. Una distanza ampia, che segnala come l’accesso a una dieta varia e adeguata dipenda sempre più dalla capacità economica. In mezzo, ci sono famiglie che lavorano, pensionati soli, nuclei con figli, persone che non rientrano sempre nelle statistiche della povertà estrema ma fanno fatica comunque.
Il peso del caro prezzi e delle crisi internazionali
Alla base del peggioramento, spiega lo studio “Guerre e Food Insecurity”, ci sono anche gli effetti delle crisi geopolitiche e dei conflitti che hanno inciso sui costi dell’energia, dei trasporti e delle materie prime. Il collegamento con la vita quotidiana è meno astratto di quanto sembri: quando aumentano fertilizzanti, carburanti e mezzi tecnici, la pressione si trasferisce sulle imprese agricole e poi, passo dopo passo, sui prezzi finali.
«L’Italia risulta esposta alle ripercussioni delle crisi geopolitiche mondiali», ha ammesso Felice Adinolfi, direttore del Centro Studi Divulga. I rincari, ha spiegato, continuano a pesare sui bilanci delle aziende agricole, ancora alle prese con costi di produzione superiori rispetto ai livelli precedenti al conflitto in Ucraina.
Il punto, secondo Adinolfi, è che il problema non resta confinato nei campi o nei bilanci aziendali. «Quando i rincari accumulati lungo la filiera si trasferiscono sui prezzi al dettaglio, a ridursi non è soltanto il potere d’acquisto generale, ma la possibilità di scelta alimentare delle famiglie», ha osservato. Tradotto: si rinuncia prima agli alimenti più costosi, spesso quelli con maggiore valore nutrizionale.
Sud più esposto, famiglie sole più fragili
La quota di popolazione che vive una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave è pari al 2,2% in Italia. Ma il dato cambia sensibilmente da un’area all’altra del Paese: nel Mezzogiorno sale al 2,9%, mentre al Nord e al Centro si ferma all’1,8%. Numeri che confermano un divario territoriale già noto, ma che sul cibo assume un significato concreto e immediato.
Nel 2025, secondo il rapporto, il 3,4% dei nuclei familiari non è riuscito a sostenere le spese alimentari in alcuni periodi dell’anno. Tra le famiglie unipersonali, la quota arriva al 4,1%. È una fragilità meno rumorosa di altre, spesso nascosta dietro abitudini cambiate: pasti più semplici, porzioni ridotte, prodotti freschi acquistati con minore frequenza.
Il dato sulle persone sole merita attenzione. Chi vive da solo, infatti, non può dividere i costi fissi della casa e spesso ha meno margini per assorbire gli aumenti. Una bolletta più alta, una spesa medica, un canone d’affitto pesante possono bastare per comprimere il budget destinato all’alimentazione. Solo allora il carrello si svuota, un prodotto alla volta.
Il confronto con l’Europa e la rinuncia alla dieta varia
La situazione italiana si inserisce in un quadro europeo già sotto pressione. La quota di persone che non può permettersi pasti proteici regolari supera in Italia la media Ue, indicata all’8,5%. In Europa, tra la popolazione a basso reddito, le difficoltà finanziarie legate a una corretta alimentazione riguardano circa un individuo su cinque.
Il fenomeno, osserva il Centro Studi Divulga, non riguarda soltanto la quantità di cibo disponibile, ma la qualità della dieta. Nel mondo, ricorda Adinolfi, una persona su tre non può permettersi un’alimentazione varia. In Italia e in Europa, questa dinamica prende la forma di una rinuncia graduale agli alimenti più nutrienti, dal pesce alla carne, fino ad alcuni prodotti freschi.
È qui che la povertà alimentare diventa anche una questione sanitaria e sociale. Mangiare peggio, per mesi o anni, può incidere sulla salute, sul rendimento scolastico dei bambini, sulla qualità della vita degli anziani. Non è solo un problema di prezzi, dunque. È la misura di quanto le crisi internazionali, sommate ai redditi fermi e ai costi interni, arrivino fino alla tavola di casa.
