Un atleta in muta regola un tappo auricolare prima di entrare in acqua, gesto chiave per prevenire l’orecchio del surfista.
Con l’arrivo dell’estate, tra mare, laghi e piscine, gli specialisti di otorinolaringoiatria richiamano l’attenzione degli sportivi italiani su un rischio poco conosciuto ma frequente: l’esostosi del canale uditivo esterno, il cosiddetto orecchio del surfista, provocata negli anni dall’esposizione ripetuta ad acqua fredda e vento durante attività come surf, vela, kitesurf, canottaggio e nuoto. Il disturbo, spiega il professor Mario Turri Zanoni, primario dell’Otorinolaringoiatria dell’ospedale di Cantù e docente all’Università degli Studi dell’Insubria, può restare a lungo silenzioso e presentarsi all’inizio con segnali banali: orecchio tappato dopo il bagno, acqua che non esce, otiti che tornano.
Orecchio del surfista, che cos’è l’esostosi del canale uditivo
L’esostosi del condotto uditivo esterno è una crescita benigna di tessuto osseo all’interno dell’orecchio, lenta e progressiva, che restringe il passaggio verso il timpano. “Non è un tumore”, ha spiegato Turri Zanoni, ma una risposta di adattamento dell’organismo a un microclima fatto di umidità, freddo e vento, tipico di molti sport acquatici praticati per anni.
Il nome orecchio del surfista nasce proprio dall’alta frequenza osservata tra chi passa molte ore in acqua, spesso in condizioni ventilate. Il problema, però, non riguarda soltanto i surfisti: può comparire anche in velisti, kiters, canoisti, subacquei e nuotatori abituali, soprattutto se l’attività si svolge in mare o al lago. Non basta, precisa lo specialista, “qualche bagno durante le vacanze”. Il rischio cresce con l’esposizione ripetuta, stagione dopo stagione.
I sintomi da non ignorare dopo una giornata in acqua
I primi segnali dell’orecchio del surfista sono spesso sfumati, quasi fastidi di routine. Dopo il bagno può comparire una sensazione di orecchio tappato, oppure l’acqua può restare “intrappolata” nel condotto, con quella percezione sorda che molti provano a risolvere scuotendo la testa o inclinando il capo. Poi, a volte, arrivano le otiti esterne ricorrenti.
“Quando il canale si restringe, anche una piccola quantità di acqua o cerume può ostruirlo del tutto”, ha osservato il primario. In quel momento il disturbo diventa più evidente: dolore, infezioni ripetute, calo dell’udito inizialmente temporaneo. Eppure la causa può essere presente da anni, senza dare dolore. È questo uno degli aspetti più insidiosi dell’esostosi, che non esplode all’improvviso ma costruisce il problema lentamente, giorno dopo giorno, uscita dopo uscita.
Diversa è la classica otite estiva da piscina. Quest’ultima è un’infezione acuta della pelle del condotto uditivo: compare in fretta, può provocare dolore intenso, secrezioni anche maleodoranti e peggiora quando si tocca il padiglione auricolare. L’esostosi, invece, è una modificazione anatomica cronica. Può non fare male, ma favorisce ristagno di acqua e cerume, creando il terreno per nuove infezioni.
Diagnosi e intervento: quando serve la chirurgia
La diagnosi di esostosi del canale uditivo esterno avviene di solito in ambulatorio, durante una visita otorinolaringoiatrica. Lo specialista esegue un’otoscopia, osservando il condotto con strumenti dedicati; oggi, in molti centri, si usano anche telecamere ad alta definizione che permettono di mostrare al paziente l’immagine dell’orecchio e del timpano. È un controllo rapido, non doloroso, di pochi minuti.
Nei casi più avanzati, quando bisogna valutare un possibile intervento, può essere richiesta una Tc ad alta risoluzione dell’osso temporale, utile per studiare con precisione l’anatomia del condotto. Una volta formata, l’esostosi non regredisce da sola e non esistono farmaci in grado di farla scomparire. Questo non significa, però, che si debba sempre operare.
Nella maggior parte dei pazienti è sufficiente il monitoraggio, insieme a misure di prevenzione. La chirurgia dell’orecchio viene presa in considerazione quando il condotto è quasi chiuso, quando il ristagno d’acqua è costante, quando l’udito si riduce o quando le otiti acute tornano con frequenza. L’intervento consiste nella rimozione delle escrescenze ossee, con microscopio e, in casi selezionati, endoscopio. Il ritorno agli sport acquatici richiede in genere tra sei e otto settimane, secondo l’estensione dell’operazione e i tempi di guarigione.
Prevenzione: tappi, neoprene e niente cotton fioc
La prevenzione resta la misura più efficace per chi pratica sport in acqua con regolarità. Turri Zanoni consiglia tappi auricolari specifici, meglio se realizzati su misura dopo l’impronta del condotto uditivo, e l’uso di fasce o cappucci in neoprene quando l’acqua è fredda o il vento è sostenuto. Non si tratta di eliminare il contatto con l’acqua, ma di ridurre negli anni l’effetto combinato di freddo, umidità e ventilazione.
Anche le abitudini dopo l’uscita dall’acqua contano. L’orecchio va asciugato con delicatezza usando un asciugamano, inclinando la testa per favorire la fuoriuscita dei ristagni. Se serve, si può usare un asciugacapelli a temperatura tiepida, tenuto a distanza di sicurezza. Nei soggetti predisposti, su indicazione dello specialista, possono essere utili gocce auricolari a base di acido borico o alcolica, pensate per ridurre il rischio di infezioni.
Da evitare, invece, l’uso di cotton fioc o altri oggetti nel condotto uditivo. Non rimuovono davvero l’acqua e possono graffiare la pelle, aprendo piccole lesioni che diventano una porta d’ingresso per i microrganismi. Un gesto comune, fatto magari di fretta nello spogliatoio o in spiaggia, può così aumentare il rischio di otiti esterne acute ricorrenti. Per chi passa l’estate tra onde, vento e allenamenti, il consiglio è semplice: proteggere l’orecchio prima, controllarlo dopo.
