Sotto l’Amazzonia riaffiora una civiltà perduta: scoperti strade, geoglifi e tracce di milioni di persone

Un team internazionale guidato dall’Università di Helsinki ha individuato, nel 2026, nella foresta amazzonica sudoccidentale tra Brasile e Bolivia, le tracce di una vasta rete di insediamenti precolombiani grazie alla tecnologia LiDAR, riaprendo il dibattito su chi abitasse l’Amazzonia antica, come vivesse e perché quella civiltà sia poi scomparsa. La ricerca descrive strade dritte, grandi geoglifi, centri cerimoniali e opere di terra attribuite alla civiltà di Aquiry, attiva tra il 600 a.C. e l’850 d.C. in un’area che per molto tempo era stata raccontata come quasi vuota, attraversata solo da piccoli gruppi dispersi.

La scoperta LiDAR nella foresta amazzonica

La nuova indagine archeologica, condotta su circa 183.000 chilometri quadrati — meno del 3% della Grande Amazzonia — ha usato la scansione laser aerea LiDAR, una tecnologia capace di leggere le forme del terreno sotto la vegetazione fitta. È così che i ricercatori hanno riconosciuto più di 400 siti monumentali conservati nel paesaggio, insieme a tracce di insediamenti successivi e a una trama di percorsi che, vista dall’alto, rompe l’idea di una foresta rimasta intatta e senza grandi presenze umane.

Il dato, spiegano gli studiosi, va trattato con cautela ma pesa. Partendo dalle aree già mappate, il gruppo di ricerca ha stimato che nell’intera regione potessero esistere oltre 20.000 antichi centri cerimoniali, costruiti con grandi movimenti di terra e collegati da assi viari. Il sito più esteso finora identificato raggiunge circa 50 ettari, una dimensione che suggerisce funzioni non solo rituali, ma anche politiche e sociali.

Aquiry, una rete di comunità e non un unico regno

Le datazioni al radiocarbonio e le analisi archeologiche collocano la fase di massima vitalità della civiltà di Aquiry tra l’inizio del primo millennio e l’850 d.C.. Secondo le stime riportate dai ricercatori, l’area avrebbe potuto ospitare tra 1,25 e 3 milioni di abitanti: numeri che, se confermati da ulteriori campagne sul terreno, spingerebbero a rivedere le valutazioni sulla popolazione dell’intera Amazzonia prima dell’arrivo degli europei.

Il nome Aquiry richiama quello usato dai popoli indigeni per il fiume Acre, nel cuore dell’area studiata. Non si tratterebbe, però, di un regno centralizzato, con una capitale e una gerarchia unica. Gli archeologi parlano piuttosto di una rete multiculturale di comunità, con relazioni politiche, economiche e cerimoniali. Una società articolata, dunque. Diversa da quelle costruite in pietra nelle Ande o in Mesoamerica, ma non per questo meno organizzata.

Le immagini ottenute con il LiDAR mostrano strade rettilinee che attraversano la foresta per collegare centri rituali, piazze e grandi figure geometriche scavate o modellate nel terreno: i geoglifi amazzonici. Secondo le tradizioni orali indigene richiamate dagli studiosi, questi luoghi potevano ospitare incontri tra comunità, cerimonie religiose, decisioni collettive, banchetti, competizioni e rituali pubblici. “Erano spazi di relazione”, è il senso della lettura proposta dal gruppo di ricerca.

Una foresta modellata dall’uomo per secoli

La scoperta non riguarda solo l’archeologia. Cambia anche il modo in cui viene letta l’evoluzione ambientale dell’Amazzonia, perché gli abitanti di Aquiry avrebbero trasformato aree estese della foresta, in alcuni casi dominate dal bambù, in zone coltivate e gestite. Le tracce indicano la presenza di colture come mais, manioca e zucca, accanto alla cura di specie arboree considerate utili o preziose.

Tra queste specie figurano la noce del Brasile, la palma da pesca e diversi alberi da frutto oggi diffusi in molte parti della regione. La loro distribuzione, secondo gli autori dello studio, non sarebbe solo il prodotto di dinamiche naturali, ma anche di una lunga interazione tra popolazioni umane e ambiente. In altre parole, parte della foresta amazzonica contemporanea porterebbe ancora i segni di scelte agricole, alimentari e rituali compiute molti secoli fa.

Questo punto ha conseguenze che vanno oltre la storia antica. Capire quanto le popolazioni precolombiane abbiano inciso sulla biodiversità amazzonica, sul ciclo del carbonio e sugli equilibri degli ecosistemi tropicali può aiutare a costruire modelli climatici più aderenti alla realtà. Non una foresta “senza uomini”, quindi, ma un paesaggio vivo, lavorato, abbandonato e poi ricresciuto. Con molte tracce rimaste lì, sotto gli alberi.

Il mistero del declino intorno all’850 d.C.

Resta aperta la domanda più difficile: perché la civiltà di Aquiry scomparve intorno all’850 d.C.? Al momento non esiste una spiegazione condivisa. Gli studiosi segnalano che quel periodo coincide, in modo interessante, con il rapido declino della civiltà Maya in America Centrale, ma il parallelo non basta a stabilire un legame diretto. Servono altri dati, altri scavi, altre datazioni.

Le ipotesi possibili includono cambiamenti climatici, crisi agricole, conflitti interni, trasformazioni delle reti di scambio o spostamenti progressivi delle comunità. Nessuna, per ora, è decisiva. Il lavoro del team guidato dall’Università di Helsinki ha però già ottenuto un risultato netto: mostrare che l’Amazzonia precolombiana fu abitata da società capaci di costruire, organizzare e modificare il territorio su larga scala. Solo che lo fecero con terra, legno, piante e strade. Materiali fragili, sì. Ma non silenziosi.

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Redazione