India e Myanmar: al mercato con Simona

Vortici di colori, sapori e odori, moltitudini d’immagini dall’aspetto di quadri naif: questi sono i mercati asiatici!

Li puoi incontrare ovunque, nascosti nei quartieri più appartati e poveri di grandi metropoli, invadenti e testardi dirompono nel centro nevralgico di enormi città, modesti in piccoli agglomerati urbani, tranquilli sulle sponde di placidi fiumi, frenetici sulle coste di mari agitati.

Mi trovo a Nyaungshwe, una piccola cittadina del Myanmar che si accomoda placida sulle sponde del bellissimo Lago Inle, è mattino, sono le 6.30, e d’accordo con Soe Soe, un giovane barcaiolo, parto per andare a visitare il mercato nel villaggio di Indein.



Salgo sul longboat, una lunga canoa scavata nel legno, il lago sembra essere sempre addormentato, illuminato dalla luce tenue mattutina e tormentato solo dal rumore del motore della nostra barca; una fitta vegetazione affiora dal lago, è strano come terra e acqua siano riusciti a trovare un perfetto equilibrio e non si comprende dove sia l’inizio e la fine dell’uno e dell’altro. Durante il tragitto incontriamo alcuni barcaioli che ci salutano con un sorriso, sono gli Ihnta, i figli del lago Inle, hanno uno strano modo di remare, in piedi, fieri a poppa, si reggono su una gamba, con l’altra tengono il remo e lentamente lo fanno muovere, è uno strano movimento, circolatorio, lento, naturale, Soe Soe mi spiega che in questo modo si fa meno fatica, si avvistano meglio i giacinti d’acqua, le piante acquatiche e i pesci, che catturano con strane e grandi nasse di forma conica.

La nostra barca continua ad avanzare, la distesa liquida si restringe, il verde intorno si fa più impudente, mi accorgo stupita che stiamo attraversando un dedalo tortuoso di canali che si contengono per poi riallargarsi. La vegetazione ora è più aspra, alle dolci piante acquatiche, che quiete dondolano la nostra barca, si sostituisce una vera e propria giungla; attenta a non farmi frustare dai rami prepotenti, osservo lo strano paesaggio che mi si presenta, persino il lago ha cambiato i suoi colori e le sue movenze non sono più dolci.



Altre imbarcazioni simili alla nostra sbucano improvvise, il vociare di persone si fa sempre più vicino, e all’improvviso… si apre il sipario: IL MERCATO DI INDEIN.
Soe Soe attracca la barca, un bambino mi porge la mano e mi aiuta a scendere, primo operaio di questa macchina da lavoro. Non ho ancora messo piede sulla strada fangosa che già mi si presentano le prime bancarelle, ma è solo un preludio di quello che mi aspetta, faccio qualche passo e mi addentro nel cuore di questo traffico ambulante…un labirinto di legno dove si alternano banchi, persone, merci...la notte è piovuto, il pavimento è una distesa di melma e mota, ma questo non impedisce agli ambulanti di starsene seduti a gambe incrociate in mezzo al proprio tesoro; donne dai capelli intrappolati in stoffe colorate, o da sudici copricapo per proteggerle dal sole mi guardano affamate di contrattare, e io mi riempio gli occhi di tutto quello che vedo, verdure, fiori, the, dipinti, cibo di qualsiasi genere..





I commercianti urlano, ridono, fumano, litigano, attori di una scena fatta e rifatta, felini attenti ad accalappiare la propria preda. Il banco delle spezie è un incontrollato impasto di tonalità e aromi; cesti saturi di riso, sanguinanti di peperoncino, carichi di the verde, radici di zenzero e pesce essiccato, si susseguono davanti a me.
Le donne dal volto dipinto di giallo thanaka, impasto ocra ricavato dal legno, rassomigliano a fiere guerriere e mi osservano fumando i loro cheroots.



Continuo a smarrirmi tra la folla, osservo le torte e i budini vivaci e gelatinosi, le crespelle di riso e le frittelle fumanti, le ciotole traboccanti di spaghetti di riso, decido di assaggiare un po’ di tutto, talvolta piacevolmente deliziata dai sapori sconosciuti, talvolta stupita da gusti tanto diversi. Osservo gli uomini stretti nei loro longy colorati, dalle labbra arrossate dal betel, arrotolato in foglie e spolverate da calce e spezie, masticato e sputato, e penso all’India, è là che per la prima volta ho notato i denti infuocati dal betel, un’altra storia, un altro mondo, un altro mercato.

Sono in un villaggio poco distante da Kovalam, una delle località balneari più famose del Kerala, decido di abbandonare per un giorno la spiaggia tormentata dagli assillanti venditori di souvenir e, noleggiata una macchina, visito il villaggio più vicino. Oltrepasso una baraccopoli gremita di gente, il bronzeo delle povere abitazioni contrasta con i colori sgargianti dei sari indossati dalle donne del posto; abbandono la macchina e cerco il mare.

Le coste dell’India del sud sono meravigliose e seducenti, selvagge e ancora incontaminate, percorse da una vegetazione rigogliosa e straripante; quando mi affaccio sulla costa mi attende uno spettacolo insolito, un formicolare di gente si accalca sulla riva in attesa delle prime barche, i pescatori stanno portando il bottino della notte, uomini e donne si apprestano a riceverlo, dando vita ad uno dei mercati di pesce più belli che io abbia mai visto.




Sono l’unica occidentale presente, ma non mi sento osservata, tutti sono troppo presi dal loro fare per accorgersi della mia presenza e riesco a godermi lo spettacolo senza interferenze. Grosse vasche compaiono numerose, in attesa di essere riempite.



I primi pesci vengono mostrati ai nostri occhi come trofei… si alza il vocio, sempre di più, soldi sgualciti e puzzolenti passano di mano in mano, le donne caricano la preziosa merce in massicci cesti di vimini, gli uomini contrattano, urlano, mostrano seri la loro mercanzia, veloci, i più anziani sono già a districare le reti, pulendole e preparandole ad altre innumerevoli nottate di lavoro.



Sono affascinata dall’argento e il luccichio di questo mercato, uno dei più veri, qui non si vendono articoli ai turisti occidentali, questo fa parte di un mondo che non ci appartiene, il loro, non il nostro o il mio, è evidente.
La frenesia del momento rallenta, diviene meno concitata, la tensione si scioglie, mi faccio spazio tra la folla e osservo le donne che hanno acquistato e lentamente se ne vanno, altre che continuano a trattare sul prezzo, altre ancora che fanno da semplici spettatrici, una mi sorride sincera e non nasconde la dentatura malandata, mi osserva, soprattutto le scarpe, solo ora mi accorgo di essere la sola ad indossarle, tutti sono a piedi nudi o calzano vecchie ciabatte.

La spiaggia è irriconoscibile, sembra una distesa di terra scura, calpestata e vissuta, infinitamente sfruttata, immagino che abbia perso da tempo il suo aspetto naturale, le onde non riescono a cancellare ogni sera i resti della laboriosa giornata. Quando tutto finisce il litorale rimane silenzioso e deserto, aspettando l’inevitabile ripetersi. La fine è sempre la stessa, tutto tace, i protagonisti sono assenti, le luci si spengono, solo qualche indizio rivela un accaduto vivo, un passato pronto e mai stanco di ricominciare tutto da capo.


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