Live blog dalla Mauritania: La grande prova

Ecco la quarta puntata del diario di viaggio che Raimondo Brandi di Pienaimprovvisa ci sta scrivendo dalla Mauritania. In questa puntata ha anche incontrato i corridori della Parigi-Dakar. Le prime puntate le trovate sfogliando la categoria Mauritania, mentre con le ultime foto inauguriamo la prima galleria fotografica di Travelblog.

Finalmente la guida e l’autista ai quali mi sono unito inquesti ultimi 6 giorni si sono picchiati. Ne avevano unagran voglia almeno da 2 giorni. Una vera scenatain mezzo alla strada. Peccato che si siano sfogati poco. Li hanno subito divisi. La guida, Bahal, all’attacco era troppo poco convinto: uno schiaffo a due mani come se la testa dell’altro fosse una zanzara e un calcio da troppo lontano. L’autista, chiamato solo Chauffeur, non ha fatto niente. Era stato lui a provocare con la lingua.Un’ottima cosa direi visto che dopo la zuffa l’atmosfera si e’ subito rilassata. Dopo 2 giorni di toni aspri li ho sentiti finalmente parlare con gentilezza. Entrambi si sentivano in colpa. Bahal aveva alzato le mani e lo chauffeur aveva probabilmente esagerato a parlare. Queste due persone difficili hanno disegnato i loro personaggi davanti a me in questa settimana. Bahal paffuto e falso, lo Chouffeur magro e severo, mi hanno portato in posti che non credevo di riuscire a vedere e in un momento veramente particolare. Dovrei raccontare tutto quello che ho passato per farvi sentire la condizione di spaesamento che ho vissuto. Non c’e’ proprio il tempo, seleziono alcuni momenti.



Quarto episodio del viaggio in Mauritania di Pienaimprovvisa























Arrivo al Tagant

Lascio Nouakchott, nonostante mi fossi sistemato proprio bene. Mi forzo a partire e do un calico alla mia pigrizia. Viaggio un giorno e mezzo e arrivo nella regione del Tagant. L’ultima ora o due di strada sono in mezzo alle dune. Dune bellissime. Basse con delle piante ogni tanto che crescono sulla sabbia. Le dune qui sono di colori differenti, oltre al giallo che e’ in minoranza, si vedono dune di un grigio chiaro quasi bianco e altre che tendono all’azzurro. Le dune finiscono le loro curve sul ciglio della strada e alcune chiudono la loro coda sull’asfalto. Passandoci sopra si ha l’impressione di pestare il velo di un vestito da sposa. Il Tagant poi appare di fronte imponente. Non c’e’ digressione, la parete di roccia e’ ripidissima, improvvisamente le linee dolci e allegre delle dune si bloccano davanti a un muro. Non sono piu’ di 200 metri ma lo stacco e’ impressionante. Non si vede nessuna strada, sembra un posto inaccessibile, potrei giocare a crederle le mura altissime di una citta’. Ci infiliamo tra le rocce su una strada asfaltata e saliamo subito fino in cima e allora si rivela un panorama per me cosi’ nuovo da essere irreale, favolistico.Il mare di piccole dune appena attraversato e’ ai nostri piedi con le strisce di colore diversi, la strada asfaltata lo attraversa, i colori, le dimensioni, la distanza che senza essere
troppa dona una visione d’insieme enorme rendono questo uno spettacolo parlante. Mi dice che questo e’ un posto che io non conosco per niente, che sono un bambino con la bocca aperta, che sono appena nato.

Rachid

Il mattino dopo arrivo a Tidjikja, dove finisce la strada.Sono tre giorni che non mi lavo e non vado in bagno ma l’umore e’ buono. 38 km a nord, solo, sperduto, senza strade, sta un villaggio che si chiama Rachid. Voglio andare li’. Mi dicono che devo fittare un pikup. Non se ne parla nemmeno. Adotto la tattica africana: mi siedo dove mi trovo (nellapiazzetta centrale) e aspetto. Fisso questi africani che mi fissano. Ogni tanto qualcuno mi chiede: che fai qui? «Voglio andare a Rachid, cerco un passaggio». Aspetto quasi 2 ore, nessuno mi chiede piu’ niente, tutto il villaggio ormai sa che c’e’ un europeo in piazza che vuole andare a Rachid, e infatti il moi salvatore arriva diretto senza chiedere e dice : «2000 Oughia» (6 euro). Ed io «d’accord». E’ un uomo elegante, veste un bel Bou Bou bianco e ricamato, ha la barba curatissima e guida un pikup impeccabile. Ed ha anche un mozzo. Non so come chiamarlo, mozzo mi rende l’idea. Un ragazzino di massimo 20 anni, di colore, che viaggia dietro, sopra ai bagagli, anche suqueste piste dove le buche ti fanno saltare fuori dal finestrino e che scatta ad ogni cenno dell’elegantone; cambia la ruota, riempie d’acqua il radiatore eccetera. La Mauritania ha abolito la schiavitu’ nel 1981. Ultimo paese al mondo. Un belga che lavora per la cooperazione tedesca mi dice «e’
impossibile per noi capire se questi neri che si tengono in casa sono schiavi o no. Li pagano? Forse? Ma anche se li pagano…non lo so, e’ difficile… ». Nel Veneto sono razzisti? Niente in confronto agli africani! Micasono tutti neri. Ci sono i Mauri, o Mori, e ci sono i Neri. I Mauri sono scuri si’ ma non quanto i Neri. I Mauri hanno origini Arabe, mica sono africani. I Mauri sono ricchi, i Neri sono poveri. Un nero mi ha raccontato che un giorno Saddam Hussein e’ venuto a trovare il suo amico presidente della
Mauritania (caduto in seguito ad un colpo di stato nel 2005) e gli ha consigliato di uccidere tutti i neri. E in verita’ nell’89 una guerra razziale con un bel po’ di morti c’e’ anche stata. Ma ora e’ tutto diverso. Eppure guardando l’elegantone che fuma la pipa e l’enorme zelo del ragazzo Nero mi sembra di vedere una scena da vecchia colonia. Gli dico « lavora bene ilragazzo, vive conte ? » « Si’ vive a casa mia,
e’ bravo. Lo pago 20mila Oughia al mese (60 euro) ». Mi facapire con la faccia che e’ uno stipendio oneroso e poi mi sfida : « Tu quanto guadagni ? » « Un poco di piu’ ma non tanto ».Prima di partire ho letto dei libri di esploratori dell’epoca coloniale. Raccontavano di posti incredibili esagerando sicuramente impressioni e paesaggi. Quando sono arrivato a Rachid mi sono sentito nella testa leparole esagerate di questi millantatori.

Sicuramente ha contribuito il fatto che ero in viaggio da tre giorni e che quando attraversi per ore solo dune e steppa hai la sensazione di allontanarti e basta. Non hai la sensazione di andare da qualche parte, ma solo di allontanarti da qualcosa. Forse perche’ non puoi pensare che in fondo a tutto questo deserto si possa poi trovare un posto. Quando e’ apparsa Rachid con alle spalle una cresta di rocce ho pensato: ecco, questa e’ la fine del mondo. Di la’ da queste creste si va in un’altra epoca. E questa altra epoca l’ho trovata a Tichitt.

Tichitt

Ecco il posto che non pensavo di andare a vedere. E’ lontanissimo, nel niente. La strada piu’ vicina e’ a 240 kilometri. Ci arrivano solo Pik up e camion speciali. Non esiste trasporto, e difficilmente si trova qualcuno che va li’ per caso. Eppure io incontro Bahal e lo Chauffer che vanno proprio a Tichitt. Partenza ore 10 del mattino, arriviamo alle 7 e mezza con il buio. 9 ore in pieno deserto spesso senza pista. Il mio stomaco e’distrutto. Oltre alle buche e le improvvise sterzate per evitare piante e sassi si aggiunge un effetto che ho battezzatto ‘barca alla deriva’. Sui tratti di sabbia molto soffice le ruote di dietro scivolano e la macchina avanzando si porta dietro una coda che sbanda come una bandiera al vento. La sensazione e’ quella di una barca alla deriva. Mentre io divento sempre piu’ pallido i miei compagni ridono e scherzano, uno si addormenta anche sulla mia spalla. Riesco a non vomitare ma il
moi stomaco non vorra’ ingerire nulla per 24 ore. Tichitt e’ un agglomerato di vecchie case di pietra nel niente piu’assoluto. Non e’ questo tempo, non e’possibile. Qui non c’e’ niente. C’e’solo l’acqua del pozzo, torrida, non c’e’ elettricita’ naturalmente e nessun telefono, anche i cellulari non prendono. Ma questo e’ il minimo. Non so giuro spiegare la sensazione di completa irrealta’ di questo posto. I bambini non mi corrono incontro, si avvicinano lentamente, hanno strati di polvere sedimentati sulla pelle e tra i capelli e gli cola il muco dal naso. Mi guardano stringendo gli occhi e se faccio un movimento veloce con il braccio saltano spaventati. Ma dove sono finito ?Un tempo questo posto era conoisciuto. Era attraversato dalle carovane, era in mezzo al grande commercio tra il Magreb e il Sahel. Era il medioevo per l’europa. Epoca oscura di ignoranza, allora eravamo noi i fondamentalisti che come pazzi facevamo le crociate. In questo mondo invece si studiava, si commerciava, si trovava il modo di attraversare l’intero Sahara per collegare l’impero della conoscenza, dell’artigianato e del sale con quello dell’oroe degli schiavi. Tichitt apparteneva a questa epoca e quando questa epoca e’ finita invecedi andare avanti e’ tornata indietro e ora chi sa dove e’ arrivata. Le scuole hanno chiuso, le moschee sono scomparse le case sono sotterrate dalla sabbia. Gli unici segni di contatto con questo secolo sono le taniche di
plastica dove conservano l’acqua dei pozzi, i pik up della Toyota, le bombolette di gas con fornelletto applicato con i qualifanno il te e soprattutto la Parigi-Dakar.

Parigi-Dakar

Dopo tutto quello che vi ho raccontato, dopo i giorni di viaggio nel niente e l’impressionante silenzio che potete immaginarvi, dopo tutta la sporcizia, il caldo e il freddo sopportati immaginate che schok essere svegliato alle 7 del mattino dal rumore di un aereo che atterra a 500 metri da dove dormi, li’ in quella porzione di niente piatto che vedi dalla soglia senza porta della stanza dove dormi. Un aereo, poi due, poi tre. Ne ho contati 14. Atterrano, scaricano, e si mettono in linea, parcheggiati come se fossimo in un vero aereoporto. Nascono tende bianche, nascono antenne, di fronte a me nasce una piccola citta’che in 500 metri ricopre tutto il tempo che passa tra il medioevo di Tichitt e il Rally dei nostri giorni. Di nuovo: ma dove sono finito? Il resto e’ prevedibile, ho incontrato un giornalista amico di amici, ho passato la giornata a parlare tutte le lingue che conosco e che non conosco, ho cenato con il 7 volte campione mondiale di Enduro e mi sono rifornito dell’acqua minerale che mi ha slavato la vita. La Mauritania e’ finitaper me. Ho compiuto il mio primo mese di viaggio. Domani entro in Mali e
comincia la seconda parte. Questo posto e’ piu’ duro di quanto potessi immaginarmi. Non so spiegarmi come riescano a vivere continuamente assediati dal deserto. L’assedio vi assicuro che sisente. La sabbia e’ ovunque e sempre. Il vento non da un momento di pace e sempre si infila in ogni distrazione, bisogna lottare in continuo. Questa gente e’ triste. Forse la loro tristezza e’ piu’ comprensibile rispetto all’allegria di altri popoli poverissimi. Forse non dovrei stupirmi della mancanza di sorrisi, della
gentilezza seriosa, della fatica di tutti gli occhi. Un Mauritano mi ha detto: «In Mali starai meglio, la gente sorride, e le cose funzionano. Sono piu’ poveri ma sanno fare le cose. Noi siamo nomadi, pensiamo solo ai soldi». Per godere di questo posto bosogna avere una motivazione: essere fortemente appassionati di deserto, seguire unapropria illuminazione, non so… Ho conosciuto persone che tornano qua ogni anno o quasi. Devo dire che non li capisco. Gli europei che ci vivono e che ho conosciuto si sono creati un loro mondo, una loro economia, i loro posti e se gli chiedi come stanno ti dicono che ormai hanno la lorovita e ‘ca va’. L’entusiasmo e’ bandito. Ciao compagni di viaggio, grazie delle cose che mi scrivete, le leggo anche se non ho tempo per rispondervi e fanno bene. Qui sono piu’ sensibile a tutto. Sara’ la stanchezza. Ma giuro in Mali mi riposo un po’. A presto.

Informazioni per i viaggiatori

Da Nouakchott partono taxi collettivi verso il sud dal garage Butilimint. Per andare nel Tagant dovete farvi portare fino a Safra e da li cambiare mezzo per lasciare la cosi’ detta strada della speranza. Io mi sono fermato a dormire a D’jeim, ma prima di Tidjikja non ci sono alberghi. Trovate dei ristoranti,chesono delle tende con dei tappeti dove chiedendo vidaranno una stanza o un posto letto.Sono i posti dove sifermano a dormire gli autisti dei taxi collettivi o dei camion. Non sono abituati ad avere turisti e quindi sparano dei prezzi altissimi. Bisogna contrattare molto. A Tidjikja non esiste un trasporto per Rachid, ogni tanto qualche macchina ci va. Bisogna avere fortuna. Questo è il numerodell’elegantone che potete contattare, se è in città vi da un passaggio per poco: Amhed Lemi (00222) 6950930. Ancora più difficile è tornare da Rachid a Tidjikja. Ogni tanto passano macchine
ti turisti, se no cercate di mettervi d’accordo con chi vi ha portato. Per arrivare a Techitt bisogna fittare una macchina con una guida oppure unirsi ad un ecquipaggio se si ha fortuna di trovarlo. Lastrada è lunghissima e veramente difficile. C’è un Hotel al quale non sono stato sichiama Albergo delle carovane. Da Techitta a Oualatà è ancora più lunga e noi ci siamo fermati a dormire alla ghiaccio nel deserto. A Oualata ci sono diversi alberghi che non costano troppo.

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