Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - prima parte

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - prima parte

Sono partiti. Il Mongol Rally 2011 dei ragazzi di Highway to Khan - Francesco Barbieri, Federico Maccagni e Francesco Fanelli - è cominciato ufficialmente il 24 luglio da Praga. Travelblog seguirà il viaggio verso la Mongolia a bordo della Polo con il racconto "sul campo" dei tre. Oggi la prima parte, nei prossimi giorni le altre.

Un leggero falsopiano in salita, brusca curva a destra, poi la strada inizia a scendere con più decisione: San Candido si annuncia così, tra prati a foraggio, segherie e gli immancabili gerani alle finestre. Per il viaggiatore distratto una normale cittadina pusterese, forse solo un po' più modaiola (e finta) delle vicine Brunico e San Candido.

Ci sono andato in vacanza per quindici anni, prima di accorgermi, di ritorno da un viaggio nei Balcani, che il torrente che la solca non è altro che la Drava, uno dei fiumi più importanti d'Europa e unico affluente italiano diretto del Danubio. Il leggero falsopiano, lo spartiacque più incredibile d'Italia: di qua l'Adige, il Mediterraneo, Venezia. Di là il Danubio, i Balcani, Belgrado, le Porte di Ferro, la Romania e il prodigioso Delta sul Mar Nero. Istanbul.

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - prima parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - prima parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - prima parte
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Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - prima parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - prima parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - prima parte

La barchetta di carta che lanciamo tra le rapide, potrebbe raggiungere la Russia attraverso il Don. Per quella collinetta, per il diritto di navigazione sul Danubio, si sono scannati a centinaia di migliaia nella Grande Guerra. Forse addirittura mio bisnonno, morto in queste zone, diciottenne con moglie incinta, si è immolato per questo torrentello, di cui sicuramente non sapeva nulla e di cui gli importava ancora meno.

Scolliniamo. Ci lasciamo dietro l'asfittica autostrada del Brennero, la meravigliosa Pusteria senza cuore dalle pretese nordeuropee in salsa alla vaniglia. Prato alla Drava segna l'ultima tappa in territorio italiano, con la sua sede ACI abbandonata memore di un passato glorioso, dove tra le frontiere ci si guardava in cagnesco. Ormai è Austria, Tirolo, terra di pane nero e semi di finocchio.

La sproporzione tra la la Strada per Ulaan Bataar e la velocità della nostra Polo 1000 è da mettere i brividi: sedicimila chilometri da percorrere - al massimo - agli ottanta all'ora. Ronzinante è troppo carico, basta una leggera salita per farlo ansimare come un camion bosniaco, la terza marcia è eccessiva per qualsiasi salitella da passista.

Lienz ci accoglie in una sera da lupi, notte nuvolosa e senza luna, la pioggia martella incessante sulle taniche vuote sul tettuccio, nuvole basse. Ceniamo in un brutto ristorante ai lati dell'autostrada, panche di legno, cervi impagliati e mucche di ceramica sponsorizzate.

Continuiamo sull'autostrada che lambisce Salisburgo, la pioggia non molla. Decidiamo di fermarci dopo poche decine di chilometri a San Georgen, paese deserto per l'ora e per il tempo infame. L'unico albergo aperto, è di una sconfortante tristezza, puzza di Germania Est e di cavolo bollito, ma almeno è confortevole. Abbiamo percorso 650 km in quasi dieci ore.

La colazione in albergo ci risolleva il morale: wurstel, pane ai cereali, miele e marmellate fatte in casa: l'Austria ti seduce con queste piccole cose, quando meno te l'aspetti, lontano dai caffè e le torte ipercaloriche di Vienna. Ripartiamo con il sole ormai alto, tra nubi minacciose e boschi di conifere. Ogni tanto, ai lati della strada, una contadina vende albicocche.

È il cuore della ricca Austria, ma potrebbe essere tranquillamente Bosnia, se non fosse per i campanili a cipolla e le decine di cappellette votive ai lati della strada. L'ingresso in Repubblica Ceca, più ancora che dalle sconfinate abetaie della Selva Boema e dai dolci saliscendi punteggiati da stagni e betulle verso Plzen, è segnalato dal cambio di mentalità rispetto ai freddi austriaci.

In ogni paese della Repubblica Ceca trovi qualcuno disposto ad attaccar bottone, a raccontare qualcosa della propria vita. Miroslav ha settant'anni, capelli bianchissimi, occhi di ghiaccio e parecchio alcol in corpo : inveisce contro i comunisti, che origliano tutto, e contro i polacchi. Si diverte ad annunciarci l'imminente esplosione della nostra auto, a causa delle taniche di benzina sul tetto. Bomb, bomb, buuum, urla sulla piazza di Strazov, e ride come un pazzo.

Pranzo nella graziosa piazza di Nové Hrady, in una locanda da operai e camionisti, odore di cucina e fumo antico. Gulash con pane al vapore, formaggio fritto e meravigliose patate lesse. Pauli, il proprietario, appena scopre che siamo italiani si illumina: ci parla di un passato da tenore, intona sommessamente "O sole mio", come se si trattasse di un canto gregoriano, e ci mostra la locandina fotografica della banda del paese.

Lui è in prima fila, e ne è fiero come se fosse il coro della Scala.

La Boemia profuma di fossi e di paprika, ma il the si chiama ormai çaj, e il caffè Kava.

Siamo più vicini a Teheran che a Milano.

Francesco Barbieri


Intanto, se volete altri aggiornamenti potete dare un'occhiata al blog della loro spedizione.

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