
Un giorno è troppo poco per visitare una città, ma volendo sfruttare l’occasione di un viaggio di lavoro, mi sono fatta bastare anche la mezza giornata libera che mi sono ritagliata a Catania, dove ho girato “a casaccio”, avendo come punto di riferimento la centralissima via Vittorio Emanuele II. E girando, proprio dietro il Duomo con l’icona della città (il celeberrimo elefantino), sono capitata in piazza Mazzini.
L’antica piazza di San Filippo, oggi Mazzini, era destinata a ospitare il mercato e pertanto venne caratterizzata da una sequenza di botteghe affacciate su quattro portici, sorretti da 32 colonne proveniente da una basilica romana rinvenuta nei pressi del Convento di Sant’Agostino. Ogni angolo è occupato da un palazzo nobiliare di gran pregio: Palazzo Asmundo di Gisira (angolo sud-est), Palazzo Peratoner (angolo sud-ovest), Palazzo Gagliani (angolo nord-ovest), Palazzo Scammacca della Bruca (angolo nord-est). Quest’ultimo è l’unico che mantiene il suo assetto originario con i tre livelli dei magazzini, del piano nobile affacciato sulla balconata sorretta delle colonne dei portici, e dei mezzanini. Gli altri tre palazzi sono stati rimaneggiati e hanno subito ulteriori sopraelevazioni tra il XIX secolo e il secondo dopoguerra. SiciliaSud.
La piazza mi è piaciuta parecchio, e fidandomi del mio naso mi sono seduta alla trattoria I Vecchi Sapori (un locale burro e sugo come diciamo a Roma), proprio sotto uno di questi storici palazzi. Dovendo lavorare non ho potuto che ordinare un piatto unico, ma ne è valsa la pena; mi sono sbafata un abbondante piatto di spaghetti al nero di seppia; se dico nero però non rendo bene. Nero, nero, nerissimo, letteralmente affogato nel nero; uno spettacolo per gli occhi ed una prelibatezza per il palato. Anche se il mio è stato un misero pasto (12 euro compreso pane e vino della casa), ho voluto fare i complimenti al proprietario ed ho compatito i due turisti francesi al mio fianco, che a Catania, hanno avuto il coraggio di ordinare una carbonara.
La fotografia non rende l’atmosfera retrò, povera ma bella, della Garbatella, che secondo me la rende unica e lontana anni luce da quelle alienanti dei più moderni ed anonimi quartieri romani. Qui, in pieno delirio cittadino da traffico e lavoro, si riesce a passeggiare e vivere in una dimensione umana che forse colpisce più il romano che il foresto, al quale probabilmente la Garbatella ha poco da offrire.
Alla Garbatella, in via Giustino de Jacobis 9/15 (tel 0651606620) si trova la trattoria Tanto pe’ magnà, aperta a pranzo e sera, che serve la vera cucina casareccia romana, in un’atmosfera accogliente, pulita, semplice e tranquilla, più di tanti ristoranti rinomati nei dintorni della città, dove frotte di persone arrivano per la passeggiata del week-end.
Pappardelle al ragù, Spaghetti Cacio e Pepe, Orecchiette zucchine e vongole, tutte rigorosamente al dente, tutte rigorosamente saporite e ricche di condimenti, dove calare la ’scarpetta’ è il gioco più bello. Se non lo fate, se non pulite il piatto con i bocconi di casareccio, può essere solo perché siete foresti o quel giorno il cuoco stava male.
A questo (purtroppo andavamo di corsa) abbiamo aggiunto una coda alla vaccinara, letteralmente affogata nel pommodoro e nel sedano, che per salvarla dall’annegamento, abbiamo dovuto chiamare a rinforzo un altro paniere di casareccio. Anche qui attenzione, perché per mangiare la coda, servono le dita e il fazzollettone salva vestito intorno al collo.
A questo ci aggiungi l’acqua, la cola, mezzo bianco della casa, una porzione di Tiramisù (forse la cosa più “normale” che ci abbiano servito), tre coperti, le chiacchere in romanesco degli altri avventori, il tutto per 45,00 euro, e così quando che semo usciti dar ristorante, er magnà è ridiventato un piacere e non un dovere.