Rajastan: Jasailmer


Rajasthan, favola e vanto indiano, terra d’imprese memorabili, abbellita da sontuosi palazzi di maraja, colorata dai sari variopinti delle donne, sconvolta dai mille risciò che confondono le strade polverose di Jaipur, Udaipur, Amber…

Arrivo a Jaisalmer, imponente roccaforte militare degli antichi guerrieri Rajput, dopo essermi riempita lo sguardo di città bellissime come la sacra Pushkar, la blu Jodhpur, ed essermi abituata ormai a scene quotidiane inverosimili.

Sono le 7 di mattina quando giungo nella città, stordita da una notte trascorsa in pullman, frastornata dagli odori di cibo e dal puzzo di vomito che aleggia nell’aria durante il lungo viaggio che da Udaipur mi ha condotto fin qui, ma quella che mi accoglie è una città finta, una città di sabbia che si tinge d’oro ai primi raggi di sole, una città accarezzata dal mistero e dominata da un’atmosfera d’altri tempi.
Appena scendo dal pullman uno sciame di procacciatori di clienti mi assale, un piccolo esercito di individui che agita cartelli con su scritto nomi di alberghi e che, disordinatamente, cerca di guadagnare la giornata.
Il mio hotel è ricavato da una vecchia haveli, forse fatta costruire da un ricco mercante secoli fa, bellissima mi permette di osservare il forte che domina incontrastato su Jaisalmer, tanto seducente che decido di visitarlo subito.

La massiccia fortezza padroneggia davanti a me, un grande edificio di sabbia, austero, severo, che tradisce il proprio ordine appena varcate le mura, trasformandosi in un labirinto di vicoli, strette strisce di terra e sabbia percorse da mucche, maiali, persone, incorniciate da vivaci bazar, modeste abitazioni, lussuose dimore. Non seguo nessun itinerario preciso, ma è impossibile perdersi e mi ritrovo camminando e osservando, familiarizzando ben presto con la città nella città.

Il forte è quanto di più vivo si può immaginare, straripante di sete variopinte che dipingono le sue strade, traboccante di banchetti d’ogni genere e specie, assordante per il vociare continuo di caparbi mercanti, profumato di delizie insistenti; non so immaginare Jaisalmer (e l’India tutta in realtà) silenziosa e placida, il trambusto, piacevole e ostinato, è il suo aspetto essenziale.
Continuo a camminare, mi godo i numerosi templi gianisti, le splendide haveli, entro nelle numerose botteghe e osservo tutto con attenzione, compiacendomi ancora una volta per l’ospitalità di questo popolo.


Mi accorgo che anche in questa città indiana, in ogni angolo e a qualsiasi ora si frigge, cuoce, bolle, arrostisce, spreme, sprigionando orge d’odori, attirando passanti…io mi lascio coinvolgere, sicura ormai che uno degli aspetti più belli dell’India sia proprio questa sua capacità di offrirsi così semplicemente, persino nelle strade più sporche e sperdute. Per poche rupie assaggio deliziata gustosi pakora, frittelle ripiene di verdure, e dell’ottimo masala chai, the indiano arricchito di spezie.
Contratto con un cammelliere, che di giovane scoprirò poi avere solo l’età, il prezzo per farmi accompagnare l’indomani ad esplorare il deserto che circonda Jaisalmer , e abbandono il forte di sabbia in cerca di ristoro e tranquillità.


La mattina seguente, dopo un breve viaggio in fuoristrada, mi preparo a visitare le dune di sabbia del villaggio Sam; il giovane cammelliere è accompagnato da un altro uomo, un indiano dall’età indecifrabile e dal viso mangiato dal sole, sorridente mi annoda i capelli intrappolandoli forte in un sudicio copricapo in stile rajput, regalo che apprezzerò solo più tardi.

Già in macchina vedo il paesaggio che mi circonda lentamente mutare il suo aspetto; la sabbia governa prepotente, la strada è una pista di terra dorata che si dipana allargandosi e che domina incontrastata, ricoperta solo di rena e cespugli pungenti e rinsecchiti. Abbandoniamo il fuoristrada e attraversiamo le dune del villaggio con i cammelli.

Il sole mi brucia la pelle, il dondolante procedere dei cammelli mi allontana dalla realtà. Il deserto è molto diverso da quello che immaginavo, è vivo; cespugli irrompono improvvisi e caparbi dal terreno, pastori bambini portano a pascolare le pecore, agglomerati di case di fango spuntano dal nulla. Qui abitano intere famiglie e numerose vedove abbandonate al proprio destino.





Gusto il pranzo estemporaneo che i miei due compagni di viaggio improvvisano ai piedi di un vecchio albero, un caldo chapati, pane preparato con impasto di farina integrale di frumento e acqua, accompagnato da verdure e dhal, legumi stufati speziati. Mangio con gusto il cibo ascoltando attenta e divertita i loro racconti.

Il cuoco indovino mi pone le mani sulla fronte, disegna il mio volto con le dita ruvide e mi riempe il cuore con un sorriso e con la promessa che la mia vita sarà piena e felice…non mi stupisco, l’India è madre prolifica di veggenti, profeti, pronti a regalarti un pezzo di destino benigno, magico come la terra che te lo offre.

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