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Le strade e i viaggi della morte

Pubblicato: 16 mar 2007 da Michele

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Avete in mano un bel cornetto rosso? Qualsiasi altra pratica scaramantica è permessa. Sto per parlare di un tema un po’ antipatico, quello della morte in viaggio. I viaggiatori abituati a viaggiare nei luoghi più remoti e con le modalità più avventurose sono soliti rimuovere questo problema. Che però esiste. Così noi lo affrontiamo con un po’ di ironia. Come fa il blog RoadJunky, un blog per viaggiatori indipendenti e saccoapelisti che pubblica la classifica delle principali 10 cause di morte tra i backpackers.

Partirei dalla decima causa di morte: secondo RoadJunky, che non mi pare citi fonti troppo attendibili ma fa lo stesso, ogni anno muoiono 170 viaggiatori a causa della caduta sulla loro testa di una Lonely Planet o di una Rough Guide. Chi ne ha dimestichezza e ne conosce la mole in effetti non ne rimarra troppo stupito.

900 viaggiatori muoiono per la caduta in testa di noci di cocco (5a causa di morte). Poi ci sono cose più epiche come l’aggressione di bestie feroci o più tristi come la morte per Aids, Malaria, inotssicazioni alimentari, fino arrivare alla causa di morte regina: gli incidenti stradali.

Ci siete mai saliti su un pullman kenyano o su un taxi brousse senegalese con tanto di musica “sarracina” a manetta? Se sì allora è facile capire il perché dei 3200 morti annui. Se non ci siete mai saliti ve lo consiglio. Un po’ rischioso ma assolutamente divertente.

A proposito: ho trovato un post sulle 10 strade più pericolose del mondo. Che dire… tutte fighe da morire!

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1 commento

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  • stever

    19 mar 2007 - 09:35 - #1
    0 punti
    Up Down

    Confermo sulla causa degli incidenti. Ricordo Nel 2000 in Thailandia lungo la costa nei dintorni di Krabi di aver preso un autobus che sfrecciava nella pioggia con il guidatore che ogni tanto si accasciava per il sonno ed una signora davanti che sorridendo(mi) lo scrollava di tanto in tanto.
    Sulle noci di cocco l’ho sempre sospettato.
    Ricordo, sempre per riferirmi ad esperienze personali, nel 1998 soggiornai una settimana all’isola di Taveuni (Fiji) in una ex piantagione di cocco. L’isola è lontanissima dal turismo in quanto 360 giorni l’ano è sferzata da pioggerelle e vento forte (l’atterraggio su pista fangosa con il piccolo aereo con vento e pioggia è un incubo) e per questo mi ero incuriosito sulla vita che scorreva in quel luogo: piacevolissima ma uscire dalla capanna per raggiungere il mare con il vento che staccava cocchi (ma anche grossi rami di palma) era un terno al lotto, uno zig zag di corsa per schivare cocchi e rami immersi dal fragore dei “botti” degli oggetti vegetali che cadevano (botti di giorno e di notte compreso sul tetto del bungalow-capanna). Divertente e pericoloso allo stesso tempo…però ho potuto assistere ad un loro matrimonio:
    http://www.tropiland.it/fiji/urtaveuni035g.jpg