Piena improvvisa live blog: verso Tombouctou

Scusate, per una dimenticanza tecnica, le gallerie non erano attive fino ad oggi. Vedete quella di ieri e le altre tre che Raimondo ci ha spedito eroicamente dal Mali. Oggi racconta del viaggio per Timbuctou.

Ho toccato la meta. Il nome che ha guidato come una stella
tutto questo viaggio: Tombouctou.

« Allora questo paese che non ha niente, qualcosa ce
l’ha : una città con un nome » Albert Londres.
Non mi aspettavo di vedere il colosseo o il gran canion. Ero
ben coscente che il fascino di questa città risiede quasi
esclusivamente in quello che si è scritto e che si è
detto di lei. Quindi ho raggiunto « la misteriosa » ben
preparato, vaccinato contro la delusione.
Che tenerezza. Tombouctou è costellata di cartelli che
dichiarano che questa è effettivamente Tombouctou, che
questa è per tradizione la città più isolata del mondo
(anche se da qualche anno possiede un aereoporto e una
strada asfaltata), e che il suo soprannome è « la
misteriosa ».
E’ bene che ci siano questi cartelli, cosi’ ci si puo’
ricordare che queste case di mattoni di fango costruite
lungo strade sabbiose, proprio come tutte le città del
Sahel, in realtà sono case misteriose e pregne di fascino.
E’ veramente facile prendere in giro Tombouctou, troppo
facile. Ma non possiamo prendercela con lei, siamo noi che
ci siamo fissati.
La sua fascinosa storia è in realtà molto domestica fino
a quando gli europei non si sono intestarditi con questo
nome.
Un giorno verso l’anno 1000 una signora Touareg rimasta
sola scopre un bel pozzo ai confini del deserto e ci fa la
sua capanna. Il pozzo è una ricchezza, come una miniera
l’ha scoperta lei, l’acqua la da a chi vuole lei. La
signora si chiama Bouctou, pozzo nella lingua dei Touareg si
dice Tim e quindi il posto viene battezzato Timbouctou.
Ora questo bel pozzo è proprio alla fine del Sahara,
quando questo si comincia a chiamare Sahel, e poco distante
passa il grande fiume Niger, tutto navigabile fino alle
grandi città dell’impero Mandingo, o Ghana, o Mali a
seconda dei secoli

In pieno Sahara a 30 giorni di cammello a nord dal pozzo
della signora vengono scoperte delle grandi miniere di sale.
Fatto strano, gli imperi del Sahel hanno oro in quantità
ma gli manca il Sale.
I Touareg che non possono lasciare le dune se no si sentono
male, prendono il sale e po portano sui cammelli fino al
pozzo ; i commercianti di oro salgono il fiume e depositano
i loro preziosi. Il sale viene venduto letteralmente a peso
d’oro.
Tombouctou cresce, i Touareg ne sono gelosi, per avere
accesso al pozzo la signora ti chiede di mostrare un
particolare gioiello o di conoscere una parola magica. I
Touareg con l’oro risalgono in Egitto, in Marocco, in
Libia e fanno grandi affari. L’oro continua a salire e
arriva in Europa, dove Venezia poi inventerà una cosa che
i mandingo amano ancora più del sale : le perline di vetro
! Ma questa è un’altra storia.
Il commercio si sposta da Tichitt e Oualata (Mauritania, ci
siamo stati il mese scorso) a Tombouctou, e mentre da noi
finisce il medioevo, il pozzo della signora ha un’enorme
quantità di moschee, scuole, artisti, intellettuali e
filosofi tutti mantenuti da una efficentissima e ricchissima
assistenza pubblica, stile paradiso di Marx.
In questa città, più che in altre si mescolano gli
stili. Le capanne nomadi dei Touareg si trasformano in case
di fango stile sudanese o ansa del Niger, ma vengono
impreziosite dalle porte, dalle finestre e dalle volte
marocchine. Viene scavato un enorme pozzo, per larghezza e
profondità. A vederlo ora sembra un cratere. C’è chi
dice che è troppo profondo e troppo inclinato, insomma che
è una magia che non lo fa crollare. Ma tutto questo non
c’entre niente con il mito di Tombouctyo, che nasce invece
quando nel 1800 gli europei troppo ricchi e potenti pers
tare a casa decidono di perlustrare l’africa per il bene
della scenza. Partono i primi esploratori.
Tombouctou non è più la grande città di un tempo. Le
perline Veneziane arrivano via mare a Dakar e in realtà si
è trovato del sale anche in Ghana e Benin; ma ancora
partono regolarmente carovane di Touareg che non sono stati
informati delle nuove rotte. L’esploratore X tentando di
attraversare il Sahara per raggiungere Tombouctou è morto.
Ecco che comincia a comparire questo nome. Ne muore uno,
due, tre, saranno una cinquantina fino al 1912 quando viene
conquistata dai francesi, e solo 5 la raggiungeranno. Il
fatto è che attraversare il Sahara è difficile, i
Touareg sono gente diffidente e gli arabi in molti casi sono
in guerra contro gli europei. Questo ha fatto di questa
graziosa città, « la misteriosa ».
Eccomi a perpetuare la tradizione, ennesimo esploratore
europeo che varca la porta della città vinto
dall’emozione, sono a bordo di una bianco land rover della
Toyota noleggiato da una coppia di polacchi che mi hanno
dato un passaggio, pensate, io faccio da interprete tra il
loro inglese e il francese-bambara dell’autista. Che
risate.
Passeggio tra le strade sabbiosa con un sorriso benevolo, e
sussurro a queste mura : « non ve ne voglio, lo so che non
siete state voi, che l’aspettativa ce la siamo creata da
soli »
In città si puo’ visitare il vecchio pozzo, che è solo
un pozzo, dei manoscritti provenienti dalla Mecca e le belle
moschee degli anni d’oro ; poi mi chiedono : « hai visto
la casa di Rene Caillie ? »
Naturalmente tra i siti più visitati della città ci sono
le case dei 5 esploratori europei che hanno raggiunto e
abitato Tombouctou, e che in un cert senso l’hanno creata.
L’amministrazione ha fatto mettere su ogni abitazione una
bella targa : « Qui ha abitato per un anoo Rene Caillie
nel 1828 » « Qui ha vissuto Heinrich Barth… »
I Touareg vinti dalla guerra e dalla siccità vendono al
mercato i gioielli con i quali un tempo si poteva avere
l’acqua e ti raccontano che Caillier prima di arrivare a
Tombouctou aveva studiato l’arabo e si era camuffato da
magrebino, e Barth ha viaggiato 5 anni per l’africa nera.
Ne parlano come se fossero le loro gesta. Per strada mi
vogliono vendere un libro su Tombouctou, no, è un libro
sulle avventure degli esploratori europei che sono morti o
sopravvissuti alla città.
Sono colto da un senso di simpatia per il candore e il
ridicolo di questi abitanti. Sulle porte dei negozzi c’è
un foglio che in Francese e in Inglese dice : « Votate e
fate votare dai vostri amici Tombouctou ! »
Il 7-07-2007 a Lisbona verrà nominata la settima
meraviglia del mondo. Questa cittadina è candidata e a
quanto pare si vota per internet e per telefono, come per il
grande fratello. Anche qui notorietà e non merito. Ma in
questo caso mi va bene. Trovo abbastanza meraviglioso che
per un vezzo, un nome sia diventato cosi’ importante da
portarmi qui, da far fittare un Land Rover a due polacchi
nella savana, da far nascere negli stati uniti un club
esclusivo dedicato a questa città, dove gli iniziati
devono per entrare aver messo almeno una volta piede a
Tombouctou e riportare il timbro sul passaporto. Si’, mi
stanno simpatici questi guerrieri Touareg che per secoli
hanno combattuto e ucciso ogni intruso per non perdere i
lloro monopolio e ora mettono targhe sulle case di chi
pero’ alla fine ce l’ha fatta. E sono contento che il
mio traguardo sia stato solo un’illusione, una facciata
colorata di parole e leggende, pensate se avessi veramente
visto qualcosa di travolgente ? Sarebbe stato troppo
difficile scrivervene.
Tombouctou pero’ è veramente in un posto stupendo. Qui
il Sahara, cioè la sabbia arida e piena di vento fa appena
in tempo a diventare savana, cioè Sahel quando si scontra
contro l’enorme e imponente fiume. Di nuovo sul Niger.
Quando i primi esploratori scoprirono questo fiume non
povano darsi ragione del suo percorso. Conoscevano la sua
fonte, conoscevano la sua foce, ma non riuscivano a
collegare le cose. Avevano un fiume che nasceva in Guinea e
uno che moriva in Nigeria e non capivano che era lo stesso.
All’inizio pensarono fosse un braccio del Nilo. Certo un
lungo braccio, ma quale altra spiegazione era possibile ? Il
Niger nasce quasi sulla costa, in Guinea, e si dirige dritto
dritto verso il deserto, all’interno dell’africa. Si fa
spazio tra la steppa e la sabbia e arriva a Tombouctou, da
qui continua verso est sempre nel deserto. Andrà al Nilo !
E invece a un certo punto fa un bel curvone e si va a
buttare a sud formando il delta del Niger famoso per il suo
petrolio.
Il fiume largo, piatto, quasi immobile è la migliore e
più trafficata via di comunicazione del Mali. Oltre alla
sua maggiore fonte di cibo. Nella stagione umida dei grossi
battelli a 3 piani fanno la spola lungo tutto il tragitto,
ma ora è la stagione secca, il fondale è troppo basso e
l’unico modo di viaggiare è salire su una pinasse
insieme alla merce, ed è qui che inizia la vera
meraviglia.
Le pinasse sono degli scafi di legno scuro, solido, duro.
Appena sono salito ho avuto la sensazione di essere su delle
fondamenta di pietra, non su una barca. Il legno mi
trasmette una forza quasi voluttuosa e cerco di avere sempre
una parte del mio corpo che lo tocca. Quella dove sono
salito è una delle più grosse, quelle usate per le
merci, non per i passeggeri, quindi noi siamo trattati come
merce, poche comodità ma biglietto super economico : 10
euro per più di 50 ore di viaggio sul fiume (alla fine
saranno 68).
Lunghi rami e canne di bambu gettate in modo disordinato sul
fondo dello scafo formano un pavimento scomodo e pericoloso
sul quale camminare, ma almeno rialzato rispetto alla melma
del fondo. Ognuno ha diritto ad una stuoia di canapa
intrecciata da stendere dove c’è spazio ped dormire.
Cibo e acqua sono affare nostro, io che non posso bere
l’acqua del fiume mi carico delle costosissime bottiglie
di acqua minerale.
Un telo di plastica sorretto da archi di rami intrecciati fa
da copertura e da terrazza appena il sole non è troppo
forte. A prua c’è il timone, a poppa un motore ad elica
e ancora più a poppa un buco rettangolare nello scafo : la
toilette.
Si parte verso le 11 con il sole che picchia, siamo quasi
vuoti, perchè il traffico avviene tutto nella direzione
opposta. Le Pinasse partono stracolme da Mopti, scaricano
tutto a Tombouctou e tornano indietro.
Il fiume è enorme, ci sono dei momenti in cui a mala pena
riesco a vedere le rive, sembra un mare, e infatti in
bambara mare si dice fuime salato. L’Europa era l’altra
sponda del fiume salato.
C’è vita ovunque, non si è mai soli. Pinasse di tutte
le dimensioni solcano e attraversano la corrente, alcune
trasportano, ma la maggior parte pesca ; sono le più
piccole : un ragazzino con una lunga canna di bambu governa
la barca come un gondoliere a poppa e a prua un uomo getta
la rete, poi la recupera con cura, butta i pesci nello
scafo, scioglie i nodi della rete bagnata, se la fascia
intorno, la carica su una spalla e poi la getta torcendo il
trono con una tecnica che la fa aprire tutta e cadere come
una ragnatela sull’acqua. Io sul tetto della Pinasse mi
sciolgo al sole e ho il tempo per osservare ogni cosa. La
Pinasse si muove lenta come i battelli di venezia, forse 15
km all’ora. Vedo nascere dalla foschia lentamente le anse
del fiume, le vel fatte da scialli, vestiti, sacchi di riso
aperti e cuciti l’uno all’altro, le capanne dei
pescatori, annunciate sempre dalle donne e dai bambini nudi
sulla riva che lavano e fanno il bagno, anche loro hanno il
tempo di notarmi e lanciare le loro grida « Toubab !
Toubab ! »
Anche sulle rive c’è sempre vita. Campi coltivati a
risaie e molti pascoli, mandrie di buoi con enormi corna
pascolano, poi scendono in acqua a bere e ancora, ci sono
senza motivo, sole, delle persone ferme, accovacciate a
pochi centimetri dell’acqua che guardano, aspettano, forse
riposano. Ogni tanto un vero villaggio con costruzioni in
fango e a volte anche una moschea. Ci fermiamo per scaricare
e caricare, e ragazze entrano in acqua per vendere ai
passeggeri pane, dolci, e soprattutto pesce fresco o secco.
Le mie bottiglie d’acqua vuote sono preziosissime per loro
e se le litigano « Toubab, bidon, bidon ! »
Questa è proprio l’africa dei romantici racconti. E’
lafrica dai tempi smisurati, dalle enormi dimensioni, dagli
spettacolare tramonti e dalle gelide albe. Sulla Pinasse non
si fa niente, a mala pena si parla, sembra tutto cosi’
sacro che ci si guarda intorno confusi e fortunati.
L’unica cosa da fare è aspettare i grandi colori del
tramonto e goderlo fino all’ultimo raggio.
Sul tetto è ammucchiata un po’ di legna, che viene usato
per accendere un fuoco in un bracere e cuocere il pranzo o
la cena. Sono l’unico Toubab e dopo avermi visto mangiare
il primo giorno, il mio misero formaggio con pane, mi
invitano ora una famiglia, ora un’altra a infilare la mia
mano destra nel loro piatto.
Ho chiest o un paio di volte a partire dal secondo giorno
quando saremmo arrivati e nessuno, proprio nessuno, neanche
il proprietario della Pinasse ne sapeva niente. Come se non
sapessero di cosa parlassi. Come se chiedessi se pioverà
tra un mese ; mi rispondevano : siamo nelle mani di Dio. Il
tempo ! Qual’è il problema ? Ogni tanto compriamo del
pesce nei villaggi, mangiamo e proseguiamo fino al momento
in cui saremo arrivati. Fanno cosi’ un po anche con la
loro vita. Non c’è ancora una persone che mi abbia detto
con certezza quanti anni ha. Una trentina, sui quaranta, 25
o 26 anni, sono generici. Non lo sanno proprio. Non sono
abituati alla domanda. Alcuni sanno il loro anno di nascita
e lo recitano senza saper fare il conto dell’età. Anche
la scuola coranica è cosi’. Non si puo’ chiedere
quanto duri. Si comincia e quando hai imparato quello che
devi imparare hai finito. Se sei bravo ci metti 3 o 4 anni,
se sei un asino 10 o più.
E allora quando dopo 2 giorni e mezzo di viaggio si guasta
il motore, io salgo di nuovo sul tetto e mi godo il terzo
tramonto contento di questo regalo, poi apro il sacco a pelo
già chiuso in previsione dell’arrivo e mi stendo a
dormire senza fare più quelle stupide domande.
Arriveremo, e volente o nolente dovrà per forza essere il
momento giusto per arrivare.
Questa puo’ essere la settima meraviglia del mondo. Questo
posto lungo, enorme, senza il tempo che circonda protegge
Tombouctou, tutto questo spazio lento vissuto per secoli
senza chiedersi quanti anni ha e la forte energia di calma e
allegria che dona con fatica testarda.
Sono più ricco, questo è certo. Ho immagazzinato colori,
cieli, visioni antiche, dimenticate, anche se estremamente
semplici. Questi tre giorni sul fiume sono stati una
finestra privilegiata su un mondo abituato a pensare solo
nella fantasia, nella storia, nei fumetti, nei film. Invece
c’è, esiste. E’ ui. Delle persone, vive, vere, con
contraddizioni e debolezze vivono questo paradiso durissimo,
fatto di povertà e di fortuna. Mi sento sazio, mi sento
struggermi, non riesco che a sorridere e a rimanere in
silenzio. Voglio la mia targa su questa Pinasse, non per
vanità, ma solo per candidarla a meraviglia di questo
mondo.

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