Piena improvvisa: live blog dal Mali II

Il Mali sulla carta è uno dei 10 paesi più poveri del mondo, eppure a me non sembra.
Sicuramente mi sembra più ricco della Mauritania, che ha un PIL doppio, ma a me sembra messo meglio anche dell’Albania. Cos’è? I lavori forzati fatti dagli schiavi coloniali hanno lasciato strutture che mancano in questi altri paesi? Oppure è la gante? Questa overdose di sorrisi che ricevi camminando per strada?

Leggete il seguito oppure le puntate precedenti nella categoria Mauritania di Travelblog.

Una suora cilena mi dice: “Le donne non sono felici, la libertà non sanno cos’è. Devono sempre fare quello che dice qualcun’altro: la madre, il padre, il fratello, ilmarito, il figlio maggiore.”
“Ma non sembra. Sorridono, ridono, scherzano.”
“Ah, questo si’! Potrebbero avere un lutto in casa, ma appena escono si mettono a cantare e ballare. Questo è un modo di essere.”
Allora, penso, quello che vedo non è ricchezza ma solo generosità.
Un professore di francese con spessissimi occhiali da vista e 8 figli mi apre la casa, mi fa mangiare, mi presenta a tutti. La figlia di 21 anni, già sposata con 2 figli e già separata mi porta al matrimonio di alcuni suoi amici. Qui ci si sposa in continuo. Divorziare è semplicissimo, basta che l’uomo dica: “ti ripudio”, poi va in comune e mette una firma. Fatto.
La donna si puo’ risposare quante volte vuole, i figli sono sempre i ben accetti e un uomo puo’ avere contemporaneamente fino a 4 mogli.
Si balla ai matrimoni, naturalmente, ma a fare la parte da leoni non sono i giovani, ma le grosse signore. Donne sui 50 anni con alle spalle, o meglio sui fianchi, una decina di parti, si gettano in pista, proprio addosso ai tamburi e si scatenano. Dico “gettano” perchè è una corsa. I tamburi battono, qualche donna canta (si chiama Griot), e poi il ritmo inizia a salire, a questo punto dalla circonferenza di sedie che delimita la pista si lanciano una o due alla volta queste signore che corrono, come in predq ad un raptus verso il gruppo di percussioni. Il tamburo a spalla gli va incontro e la donna inizia a battere i piedi per terra e ad aprire le braccia come un uccello. Il ritmo ora lo guida la ballerina; se è piena di energia i tamburi devono aumentare la velocità e i musicisti sudano sulle pelli per starle dietro. Questi enormi sederi si dimenano senza rispetto, senza colpa, contro le leggi della gravità e della massa, creando uno scombussolamento di forme e di stoffe e facendo ridere tutti, si ride e si batte le mani, dopo un minuto di agitazione la ballerina si mette a ridere anche lei, simula del pudore e torna al suo posto, i tamburi rallentano, ma solo un attimo perchè mentre la prima va a sedersi, la seconda è già scattata in piedi e comincia a dimenarsi, fin quando anche il Toubab non viene messo in mezzo.
Eccomi qui.
Mentre per i seriosi e meditativi Mauritani l’europeo è un Monsieur, per gli ironici e leggeri Maliani è un Toubab.
Appena entrato in Mali ho sentito questa parola. Per strada i bambini al solo vedermi gridano: Toubab! Come si grida all’orco!
Una parola meravigliosa.
È un benvenuto, è un grido d’allarme, è una richiesta di aiuto, è una presentazione, un riconoscersi, è una enorme presa in giro, è un rapporto antico, nato prima del colonialismo, cresciuto, emancipato e ora pieno di storia e di incertezza per il futuro.
Toubab è l’uomo bianco, ma si porta dietro un immaginario più complesso. Il Toubab è ricco. Si puo’ essere “ricchi come un toubab”. Il Toubab è impacciato e paranoico. Se ballil al matrimonio o mangi per strada con le mani qualche loro salsa strana ti dicono: “non sembri un toubab”. Il Toubaba ha un suo abbigliamento: zaino, pantaloncini corti, cappello, borraccia, scarpe da treking anche sulla spiaggia. Ci sono sculture in Ebano che ci prendono in giro, la scultura di un toubab.
Sono i bambini che gridano Toubab, gli adulti si presentano, ti stringono la mano e solo alcune volte per riferirsi ad altri o a te indirettamente ti chiamano toubab; è allo stesso tempo una complicità e un modo beffardo per indicarti.
Solo alcuni di loro sanno che in realtà toubab non vuole dire “uomo bianco”, ma viene dall’arabo, è il plurale di toubib che vuol dire “dottore”. Ancora la napoletaneità di questo popolo viene fuori. Come ogni milanese è un “dotto’” per il napoletano, cosi’ noi qui siamo toubab.
Immaginatevi ora, come un menager milanese in casa Cupiello, io, toubab, che bqllo tra gli enormi sederi delle matrone maliane.
I musicisti mi fanno segno e ridono, le griot, che sono cantanti, cantastorie, sagge, maghe, levatrici, un po’ tutto, al microfono improvvisano versi dove riconosco le parole toubab, monsier, argeant (naturalmente) e anche Raimondo (lo hanno saputo). Il toubab prende 1000 franchi (un euro e mezzo) e lo da ai musicisti, ancora 1000 alle griot, 1000 alla madre della sposa. Non è pensabile uscire dal proprio ruolo, sarei ripudiato. Non è un brutto ruolo, basta stare attento ai conti la sera.
Sono arrivato sul delta interno del Niger. Un olandese me lo aveva annunciato cosi’: “un cado de Dieu”. Qui grazie ad una serie di dighe (sempre gli schiavi del colonialismo), il Niger si apre in amplie ramificazioni inindando i tracciati dei rami secchi del fiume e rendendo questa terra piena di canali, laghetti, campi coltivati, risaie, boschi e fantastici tramonti.
Qui la natura non spaventa, non è aggressiva e neanche spettacolare, è dolce, romantica e lenta quanto la corrente di questo fiume.
L’acqua è una parte della casa.
Forse doveva essere cosi’ anche da noi quando i fiumi non erano inquinati. Immaginate di avere a pochi metri da casa un grande corso di acqua, fresca, in un posto dove si muore di caldo, dolce e pulita (quasi).
La gente va al fiume e lava i panni, le pentole, si fa la doccia eccetera. Quando lo attraversano in piroga, arrivati al centro dove la corrente è più forte calano degli orci e prendono l’acqua limpida oppure con un bicchiere bevono direttamente. La riva del fiume è il bagno e la lavanderia e vi regnano regole simili.
Tutti nudi. Una mutanda per gli uomini e uno scialle in vita per le donne. Seni enormi, piccoli, consumqti dalle poppate, tutti di un nero intenso che contrasta con i bianchi sorrisi.
Qui lo spettacolo è l’uomo. È l’uomo che parla con l’uomo, è l’uomo che vive questa natura, è la società intera che se ne frega di essere tra i dieci paesi più poveri del mondo e regala allegria a noi toubab.
Resto qui, fermo a Segou, sul Niger e mi guardo lo spettacolo.

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