Il Trentino tra miti e leggende ladini della Val di Fassa

Trentino blogtrip #vitanova12 - Val di Fassa

Il Trentino è una terra ricca di storie da narrare, posti da mostrare e di cui innamorarsi. Terra di transito dove tante culture hanno lasciato il segno. Un’altra storia curiosa ed interessante che vogliamo raccontarvi è proprio la loro, quella dei trentini. Ed è anche la più lunga di tutte, quella che si sta svolgendo da più tempo ed è intrisa di magia.

Lo avevamo già detto: “N’popul zenza storia e senza memoria è n’ popul zenza davegnir”. Mai parole furono più giuste per parlarvi della storia dei ladini della Val di Fassa, che abbiamo conosciuto e ascoltato nella loro antica lingua durante il blogtrip di #vitanova12. Il Trentino, ad onor del vero, fonda la sua autonomia proprio sul riconoscimento e la valorizzazione delle minoranze linguistiche tutelate che vivono sul territorio: ladini (7500), mòcheni (2276) e cimbri (882).

Nel nostro viaggio abbiamo scoperto che il ladino è una lingua viva: viene insegnato obbligatoriamente nella scuola primaria e secondaria di I grado, ci sono trasmissioni radiofoniche e televisive in lingua e un settimanale chiamato la “Usc di Ladins” (La Voce dei Ladini). Ma al di là del fattore linguistico, i ladini hanno anche cultura, tradizioni, usi e dei costumi propri, dei quali il Museo Ladino ne è protettore e cerca di offrire una panoramica più vasta possibile a chi vuole conoscerlo.

Trentino blogtrip #vitanova12 - Val di Fassa

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Le sorprese sono state tantissime ed i nostri ciceroni ne avevano in serbo una che ci ha lasciato a bocca aperta. Dal Camping Vidor dove abbiamo degustato una squisita cena con piatti a base di Yak (bovino a pelo lungo himalayano introdotto dall’alpinista Reinhold Messner), ci dirigiamo in un punto non ben precisato della valle immersa nell’oscurità. Qui, troviamo ad aspettarci un gruppetto di persone che assegnano ad ognuno di noi una torcia di cera. Ignari di essere gli ospiti-protagonisti, in una suggestiva fiaccolata iniziamo la nostra passeggiata notturna fino a giungere in una baita isolata. Non appena scorgiamo il vialetto di fiammelle, ci sembra di essere catapultati in una favola nordica. Scopriremo che la nostra sensazione non era poi così sbagliata.

Arrivati alla baita, non entriamo. Ad attenderci troviamo dei ragazzi che parlano una stranissima lingua che non comprendiamo. Una di essi si chiama Martina e dall’alto di un poggiolo ci introduce in un mondo fatto di miti e leggende, ma anche di storia antica.

In un lontano passato la vita della famiglia si svolgeva nella stua, luogo d’incontro per eccellenza all’interno delle case fassane, unica stanza riscaldata dell’abitazione ladina, per secoli il luogo deputato alla socializzazione e alla trasmissione della tradizione familiare. Al suo interno, la sera, si riunivano tutti i componenti della famiglia, a cui spesso si univano anche i parenti e i vicini di casa, si incontravano i futuri sposi, si inscenavano commedie, si suonava e si raccontavano storie e leggende della tradizione orale.

Nella stua, durante le veglie serali invernali le donne erano solite filare la lana con la tradizionale “roda da filar”, mentre gli uomini intagliavano nel legno di cirmolo le maschere in vista del carnevale e, soprattutto, "la chiena", giocattoli in legno (specialmente trottole, galli e cavallini). Ma queste sere erano soprattutto animate da cantastorie ambulanti, che disponevano di un vasto repertorio di racconti: le contìes.

Martina Ciocchetti è la responsabile dei Servizi Educativi del Museo Ladino e ci spiega che le contìes non sono altro che racconti eziologici, per definizione spiegano l’origine di aspetti della realtà dei quali non si era in grado di formulare spiegazioni scientifiche, attribuendoli invece all’intervento di forze umane o divine sulla base di analogie ed etimologie più o meno attendibili. Racconti sormontati dalla polarità del bene e del male nel cristianesimo.

I personaggi interpretano dei topos ben precisi, come per esempio le “Vivènes”: creature femminili dei monti e delle acque, bellissime e seducenti. Esse possono unirsi in matrimonio con gli umani, ma l’unione è vincolata a rigide proibizioni che ne provocano il regolare fallimento. Nel nucleo mitologico più antico esse figurano come eroine culturali e sanno fornire insegnamenti sulla lavorazione della terra e sull’acconciatura dei capelli.

Le “Bregostènes” sono esseri femminili dei boschi e delle montagne (ma esiste anche la variante maschile bregostan). Secondo un motivo diffuso in tutta Europa, esse scambiano la propria prole con quella degli uomini. Antropofaghe e dotate di un’intelligenza rudimentale, temono grandemente i cani e sono soggette a beffe e inganni da parte di scaltri pastori.

Il “Salvan” (uomo selvatico) nel nucleo più antico della tradizione orale appare come divinità delle selve e dei raccolti. Svolge la funzione di eroe civilizzatore in quanto fornisce insegnamenti sull’arte della caseificazione e sulla lavorazione del latte. Nel corpus narrativo più recente viene associato al personaggio della bregostèna, diventandone la controparte maschile.

Le “Stries”, a differenza degli esseri mitologici, si collocano all’interno della società degli uomini, contro cui agiscono in nome del demonio. Rappresentano i personaggi più complessi e persistenti della tradizione orale e vengono talvolta confuse con figure di altra natura, sia ostili che benefiche. Esse vennero perseguite nel corso del Medioevo perché accusate di aver fatto un patto col diavolo.

Trentino blogtrip #vitanova12 - Val di Fassa
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