Te lo lì il Tibet: diario di viaggio del RondoneR - Parte III

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Vado in Tibet III - diario di viaggio del RondoneR

Riprendo e chiudo il mio diario tibetano, con un po’ di ritardo e chiedo scusa. Sono successe molte cose, compresa qualche timida iniziativa in difesa di questo paese meraviglioso e del suo splendido popolo. Ma, soprattutto, con la primavera alle porte, è un ottimo momento per cominciare a prepare un viaggio del genere.

Quando da Lhasa siamo partiti verso Gyantse e Shalu la mia sete di interminati spazi e sovrumani silenzi è stata finalmente appagata. Ecco perché sognavo tanto di venire in questa terra. Passeggi davvero nel Canto del pastore errante nell’Asia Minore. Il Tibet delle valli e dei laghi azzurri che sembrano colorati con l’uniposca celeste. Il Tibet delle nuvole sotto i tuoi piedi all’orizzonte. Il Tibet delle strade senza curve e senza fine e dei passi a 5000 mt.

Da qui in poi il viaggio è stato puntare verso l’Himalaya, verso L’Everest, quindi tornare. E vi assicuro che pur essendo un itinerario bellissimo, è piuttosto faticoso. Soprattutto perché noi siamo tornati indietro, mentre la maggior parte dei tour mira giustamente a ridiscendere verso il Nepal da quel versante. Anche noi in effetti avevamo in principio scelto questa classica soluzione. Poi abbiamo cambiato idea, per un paio di motivi. Il clima che in Nepal in quel periodo è quasi sempre piovoso, ma soprattutto il volo di rientro, che abbiamo trovato migliore da Hong Kong e ci ha permesso di fare un salto anche a Guilin (ma questo è un altro viaggio).

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Uno dei momenti che più mi ha letteralmente stordito in questo magico viaggio è stato il passo dello Yamdrok-Tso (a quasi 5.000 mt). Mentre sali dopo una lunga serie di curve a gomito, non puoi renderti conto del panorama che si sta per aprire sotto ai tuoi occhi appena scavalli. Un grande lago turchese (che da il nome al passo), tanto acceso e luminoso da sembrare un dipinto.

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In ogni punto di sosta con vista piccole colonie di tibetani locali (o meno) si affacciano sorridenti e perfino un po’ invadenti, come sopra il lago, al Kharola Glacier, per racimolare qualcosa, con souvenir o per un semplice scatto flokloristico. Ma se vuoi fermarti sulla strada e sentirti davvero come quel pastore errante di leopardiana memoria, ti basta accostare sul ciglio e avventurarti dietro qualche collina. In un attimo rimarrai solo in mezzo alla grandezza disincatata della Natura.

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Ghiacciai, vette aguzze ed immensi altipiani circondano il tuo sguardo. I pastori, i monaci o i pellegrini, diventano l’unico rapporto umano che ti rimane. Il Tibet è l’unico posto al mondo dove fai promesse che riesci a mantenere. Non è difficile essere tentati dal peccato. E’ impossibile.

Ecco che così l’ultima tappa del nostro percorso diventa una sorta di missione. Raggiungere il campo base dell’Everest quando sei ancora a casa a progettare il viaggio può sembrare un capriccio da turisti, ma quando ti svegli all’alba nel triste albergone deserto di Shegar per affrontare il tour, ti rendi conto che non sarà proprio una passeggiata.

La strada che sale dal parco riserva naturale è sterrata, s’inerpica con una serie di curve da far venire il mal di mare anche a un mulo. Inoltre ci sono i soliti permessi e passaporti da far controllare almeno due volte. Una roba lunga, idiota e snervante. Insomma cinese.

A Pang-La vieni ripagato (se hai fortuna) dallo spettacolo dell’Himalaya che si perde a vista d’occhio sull’orizzonte (con tanti altri protagonisti come Makalu, Lhotse, Gyachung, tutte cime sopra i 7000), anche se ti rendi conto che sei ancora lontano dalla tua meta, e tutti ti ripetono, oltre alla tua fedele guida, che non sarà facile vedere l’Everest libero dal suo capuccio stagionale di nubi.

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Tale è l’attesa con questo momento, che l’incontro con Chomolangma (la madre dell’universo per i tibetani) diventa quello schopenhaueriano con la Montagna Sacra. So di amare molto, forse troppo le montagne, ma l’onore di aver contemplato la parete settentrionale dell’Everest, in una rarissima mattinata di nitidezza assoluta (ad Agosto), è stato qualcosa di metafisico. Anche per chi non si aspettava tanto.

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Il silenzio reverenziale è l’unica risposta che ogni visitatore riesce a dare. Inutile sottolineare che la vista dal versante tibetano è nettamente migliore di quella sul lato nepalese. Già prima, forse, di essere arrivati così sotto, ed aver preso l’ultima corriera (o aver fatto l’eroico trekking) dal monastero di Rongphu, il più alto del mondo.

Mentre ritorniamo a casa, in tutti i sensi, ringraziando il grande Buddha, ho giusto il tempo di raccogliere qualche considerazione sul viaggio in questa terra incredibile. Come già scritto, il Tibet è prima di tutto una esperienza mistica poi una sfida con te stesso. Dimenticate di essere turisti, sarete in ogni caso pellegrini nomadi. Come quelli che incontrerete per la strada nei posti più impensati.

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Mangiare in Tibet. Se vuoi esagerare puoi arrivare a spendere quasi 10 euro. Ma poi ti senti male. Oggettivamente non è una gran cucina, ma il cibo diventa solo una pausa rigenerante e rilassante. Se potete, entrate nei ristoranti tibetani, lasciate perdere quelli “continental”. Il latte di yak vi uscirà dalle orecchie, ma vi tornerà utile.

La stessa cosa vale per lo “shopping”, parola quasi blasfema in questo contesto. Bisogna cercare sempre il tibetano autentico, facilmente riconoscibile, soprattutto per la gentilezza. Per quanto riguarda invece i bagni pubblici, lasciate perdere, usate la natura. E’ molto più sano.

E’ tutto, o niente. Vi saluto con la preghiera buddista più nota che non dimeticherete facilmente se decidete di andare in Tibet: “Om mani padme hum”. Buon viaggio a tutti.

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foto by Rondone®

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