Italia.it: costi e ultime novità sulla chiusura

La fine del portale Italia.it fa ancora parlare, soprattutto per i costi elevati. 20 milioni di euro in fumo.

Il portale mai decollato svanisce e con lui tutte le possibilità di interconnessione. Ne avevamo già parlato, anche in maniera sarcastica, scatenando pure qualche comprensibile reazione.

Ancora oggi la storia è sulla bocca e sulle dita di molti esperti di sprechi, come Gian Antonio Stella. Il perché di tanto interesse, ovviamente, in questo periodo di crisi, è rappresentato dai costi di Italia.it.

L’investimento era gonfio ed ipocrita. 80 mila euro solo per fare quel logo iniziale, che il Grillo dell'epoca (nel video), quello sveglio, definì smontando subito tutto il baraccone "un vibratore verde schifoso con la maniglia". Il risultato fu chiaramente grottesco. E rifarlo (ugualmente orrendo del tutto anti italiano) valse a poco.

italiait

Mentre naufragano in acque profonde i venti milioni di euro utilizzati (Grillo diceva 45), restano le gaffe in serie, pubbliche e meno note, racimolate. Il direttore, Arturo Di Corinto, ha alzato i tacchi e i dipendenti attendono ancora gli stipendi.

Di Corinto ha scritto al premier Matteo Renzi e al ministro dei Beni culturali e del turismo Dario Franceschini per dare le dimissioni. Motivazione: "Ritengo ingiusto e poco dignitoso continuare a lavorare senza essere pagato". Ma è solo la punta dell’iceberg.

Il progetto non è riuscito a decollare per tutta una serie di situazioni, a cominciare dagli indugi della classe politica, passando per il contenzioso su uno degli appalti, ma soprattutto per l'incapacità dei curatori di contenuto.

Non sono mancate a condire la vicenda risse qua e là, querele varie e una serie di vicende non trasparenti sulle quali la magistratura intende far luce. La qualità effettiva del prodotto era tipica dei lavori pubblici italiani: vi era la classica tendenza ad andare al risparmio chiara a tutto il mondo. Questo portava alla pubblicazione di foto sbagliate, traduzioni inesatte, link non corretti, copia-incolla da siti stranieri. A tutto danno della serietà del portale e del Paese intero che intendeva rappresentare.

Nel giugno 2012, nuova puntata della storia: il sito aveva ripreso una certa autorità, ma non era destinata a durare. Sono arrivati da allora giornalisti (veri), social media strategist, traduttori, grafici, fotografi ed esperti del settore mandati via ad uno ad uno fino a ritornare ad una scarna redazione, non in grado a quanto pare di gestire al meglio il progetto. In tutto questo, il totale disinteresse della politica che pure doveva almeno vigilare su questo spazio aperto al globo di una Italia che anche in rete fa acqua da tutte le parti.

I confronti, come scrive Stella, sono impietosi. Per la "campagna turistica d’autunno" l’Irlanda del Nord ha stanziato un mese fa 9 milioni e mezzo di sterline. La Croazia, per "Visit Croatia, Share Croatia", ha messo 7 milioni e mezzo. La Gran Bretagna, soltanto sui social network considerati fondamentali per la politica turistica in questi anni ha investito 25 milioni di sterline.

Qui? Zero spaccato. Non è più stato sganciato un solo euro dal 2010. Il grosso se lo sono già pappato e diviso. Non ci sono più soldi nemmeno per stipendi e liquidazioni. Ma di che stiamo parlando?

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