Cina: la Pechino da incubo di Ai Weiwei

ai weiwei pechino incuboNon da ieri Pechino, capitale della Cina, è diventata una meta turistica frequentata da milioni di occidentali ogni anno. È interessante confrontare i racconti di chi ci è stato con quanto ha scritto Ai Weiwei, artista e dissidente cinese, su NewsWeek. Naturalmente, il suo giudizio su Pechino non è particolarmente positivo. Qui sotto una traduzione di qualche passo, sul Daily Beast la versione integrale. Seguite Ai Weiwei su Twitter. Se volete saperne di più, nell'aprile scorso - quando Ai Weiwei fu pretestuosamente incarcerato - Artsblog aveva pubblicato un lungo ritratto di Ai Weiwei, un'ottima occasione per conoscere questo piccolo uomo in lotta contro la censura e il regime del Celeste Impero.

Pechino è due città. Una è fatta di potere e di denaro. Alla gente non importa chi siano i propri vicini; non si fidano di te. L'altra città è fatta di disperazione. Vedo la gente sugli autobus, vedo i loro occhi, e vedo che in quegli occhi non c'è speranza. Non riescono neanche a concepire l'idea di potersi comprare una casa. Arrivano da villaggi poverissimi, dove non hanno mai visto elettricità, o carta igienica.

Ogni anno milioni di persone arrivano a Pechino per costruire ponti, strade, case. Ogni anni costruiscono una Pechino grande come quella del 1949. Sono gli schiavi della città (...)

Prosegue Ai Weiwei

La cosa peggiore di Pechino è che non puoi avere nessuna fiducia nel sistema giudiziario. Senza fiducia, non riesci a renderti conto di nulla; è come una tempesta di sabbia. Non riesci a vederti come una parte della città - non esistono posti cui ti senti legato, o in cui ti piace andare. Nessun angolo che senti tuo, nessun posto con una luce particolare (...) tutto sta sempre cambiando, per volontà di qualcun altro, che impone il suo potere. (...) Mi spiace dover ammettere che non ho un posto preferito a Pechino. Non mi va di andare da nessuna parte in città.

Certo, ci sono aspetti positivi a Pechino. Le famiglie hanno ancora bambini. Ci sono alcuni parchi. Settimana scorsa ho fatto una passeggiata in uno di questi parchi, e un sacco di gente mi dava pacche sulle spalle, e altri mi mostravano il pollice alzato (...) mi dicono sempre "Weiwei, lascia la Cina, per favore", oppure "Vivi più a lungo di loro e aspetta che muoiano". Andarmene, o essere paziente e aspettare di vedere come moriranno. Non ho davvero la minima idea di cosa fare.

Il mio calvario mi ha fatto capire che ci sono molti buchi neri in questo luogo, dove gettano le persone, togliendo loro l'identità. Senza nomi, solo numeri. (...) ci sono migliaia di posti come questi. Solo la tua famiglia ti piange, e sa che sei sparito. Chiede, ma non riesce a ottenere risposte, nemmeno dai livelli più alti della polizia o del governo. Mia moglie ha chiesto ogni giorno informazioni sul mio conto, chiamando ogni stazione di polizia. Dov'è mio marito? Ditemi solo dov'è mio marito. Niente documenti, niente informazioni.

La caratteristica più terribile di questi spazi, è il totale isolamento, da tutto, dalla tua stessa memoria, e da tutto quello che eri abituato a vedere intorno. Non sai quanto tempo resterai in quella condizione, ma sai che potrebbero farti qualunque cosa. Ti domandi perché ti trovi in quel posto. È come diventare pazzi. È dura per chiunque. Anche per chi crede molto, e ha fede (...) Pechino è un incubo. Un incubo dal quale non ci si sveglia mai.

Foto | Flickr

  • shares
  • Mail