Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - decima parte

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - decima parte

E dieci: decima puntata per Highway to Khan. Continua il reportage dal Mongol Rally di Francesco Barbieri, Federico Maccagni e Francesco Fanelli, partiti da Piacenza il 23 luglio scorso. La Mongolia e Ulan Bator ormai sono vicine. Ma intanto, c'è il Turkmenistan: seguite le loro avventure sul blog di Highway to Khan e sulla loro pagina Facebook.

Frontiera di Baijiran, sul crinale tra l'Iran e il Turkmenistan, da una parte gli altipiani arrostiti dal sole, dall'altra il deserto del Karkum, il più caldo dell'Asia centrale: quassù, su questa corda da funanbolo tesa tra due mondi lontanissimi e forse inconciliabili, soffia una brezza leggera, alpina, quasi fredda. Il vento si infila tra i vestiti, sferza la pelle ormai abituata all'arsura bruciante della terra degli Ayatollah, stuzzica le narici, e insinua piccoli brividi tra le scapole.

Alla pelle d'oca che rende le braccia come carta vetrata concorre però anche un altro fattore, in principio confuso, quasi inconscio, poi via via più definito e chiaro: i volti e la fisionomia dei quasi imberbi militari turkmeni, come in un deja vu che sa di libri di storia, di vecchie fotografie in bianco e nero, di racconti antichi. Di neve di sessant'anni fa, neve di freddo, di fame, di gelo nel cuore. Neve di guerra.

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - decima parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - decima parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - decima parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - decima parte

“I mongoli sono la razza più brutta che ci possa essere” si infervorò il comandante partigiano Gino Bianchi, nome di battaglia Ginetto, che andava così fiero della sua moderazione da farmacista di una volta, capace di pesare al decimo di grammo tanto le sostanze chimiche quanto i giudizi. Per nazisti e fascisti aveva parole durissime ma sempre meditate. Per i mongoli no, sarebbe stato troppo anche per lui: “Facevano cose terribili, violentavano le donne, le mettevano a sedere sulle stufe bollenti, torturavano, non avevano nessuna pietà, erano bestie, non esseri umani”.

Per la generazione che ha vissuto la guerra al di sopra della Linea Gotica, i mongoli hanno rappresentato il male assoluto, l'essenza stessa di una guerra sporca giocata sulla pelle della popolazione civile: erano parte della strategia della tensione decisa dai nazifascisti per terrorizzare i montanari e togliere così l'appoggio ai partigiani, agivano come bastardi senza gloria con pochi scrupoli e molta rabbia in corpo.

Nelle nostre montagne, ancora oggi, dici mongolo ed è come evocare il diavolo in persona. In realtà, quelle fisionomie che parevano fatte apposta per spaventare- occhi lunghi, sopracciglia folte, pelle scura e mani come badili- non venivano dalla patria di Gengis Khan, ma dal deserto del Karkum, Turkmeni e Uzbeki, fuggiti giovanissimi dalla Russia di Stalin e dall'Armata Rossa, per confluire nella divisione Turkestan, al soldo di Berlino.

Da dove sgorgava quella violenza inaudita? Da un'indole atavica persa nei millenni di nomadismo e vita dura da pastori guerrieri o dalla rabbia e dalla frustrazione per un regime che li aveva soggiogati, resi stanziali, costretti alla collettivizzazione, alla monocoltura del cotone e governati con il pugno di ferro? Che fine avranno fatto, una volta finita la guerra?

Questa frontiera è un supplizio, ti trascinano da un ufficio all'altro, emettono decine di fogli e timbri, ti fanno passare la visita veterinaria, l'ispezione filmata della macchina e il pagamento continuo di tasse e gabelle, come in un famoso film di Troisi e Benigni. Sorrisi neanche uno, al massimo - dall'alto del loro regime, uno dei più chiusi e beceri del mondo - qualche sfottò per Berlusconi e le sue vicende amorose.

In mezzora arrivi ad Askabhat, la capitale, e per la prima volta ti accorgi davvero dell'importanza del viaggio lento, di quei settemila chilometri agli ottanta all'ora per giungere fin qui: capisci l'imprescindibilità degli altipiani iranici cotti dal sole, col cielo grigio e l'orizzonte lontanissimo e le montagne in lontananza che appaiono nella canicola come una fata morgana, la necessità di quell'albergo perso in un crocevia tra Iran, Pakistan e Afghanistan, dove i visi e i vestiti sono già Pashtun e i canti per il venerdì di Ramadan durano fino al mattino, le lungaggini di quel confine dove alcuni ragazzi sono bloccati da quattro giorni per un cavillo burocratico, e persino i racconti dei vecchi terrorizzati dal ricordo dei mongoli.

Per capire la città placcata d'oro, devi aver respirato il deserto e la sete fino alle sue porte. Arrivare in aereo non avrebbe alcun senso, come iniziare a leggere un libro dalle ultime dieci pagine.

“Vivere qui è come vivere nella realtà virtuale”, ci ammonisce un funzionario Onu di stanza qui da tre anni, “ il resto del paese non ha luce e gas, ma ad Ashkabat si costruiscono cupole d'oro e si multano le automobili non lavate alla perfezione. Sembra Las Vegas, ma è molto più assurda di Las Vegas”. Sarà la sua asciuttezza slovacca, ma mai definizione fu più azzeccata.

Asghabat è il prodotto di Saparmyrat Nyazov, padre padrone del Turkmenistan per vent'anni, dall'Unione Sovietica al 2006, anno della sua morte: si credeva Re Sole, e voleva trasformare il paese a sua immagine e somiglianza. Tra le iniziative più curiose: ribattezzò i mesi dell'anno con nomi di suoi famigliari, cambiò il nome del pane con quello di sua madre, scrisse il Runhama – la sua bibbia- e lo rese obbligatorio nelle scuole, vietò barbe e capelli lunghi e impose il ritorno a costumi tradizionali turcomanni, fece erigere enormi statue rotanti placcate d'oro che lo raffiguravano mentre indicava il sole, tappezzò il paese di poster che lo raffiguravano mentre svolgeva diversi mestieri (!), e chiamò la sua era Età dell'Oro.

Riuscì persino a vietare le autoradio, chissà perché.

Rese il Turkmenistan impermeabile al resto del mondo, attuò una certosina e infallibile censura, bloccò qualsiasi tentativo di libera informazione, stroncò qualsiasi forma di opposizione. Ancora oggi gli uffici e tutte le stanze d'albergo sono oggetto di intercettazioni ambientali. Alla sua morte, nella classifica sulla libertà di stampa di Reporters sans frontières, il Turkmenistan occupava il penultimo posto, davanti solo alla Corea del Nord.

Fece distruggere - senza nessuna forma di risarcimento o rimborso per gli abitanti - la vecchia Ashgabat, per costruire la città dei suoi sogni. Rase al suolo quartieri, mercati, strade strette e piazze, palazzi storici e periferie per cancellare qualsiasi retaggio del passato.

Strade enormi con asfalto lucidato a specchio tanto da far fischiare di continuo le gomme, palazzi di solo marmo bianco e cupole d'oro, giardini parchi e orti verdissimi e fioriti, fontane, statue gigantesche, colonnati, luci colorate e cangianti: nel delirio di onnipotenza del Tiranno la povertà non doveva esistere, era polvere da spazzare sotto ai mobili, rughe da appiattire in una serie di incessanti e vorticosi lifting, creando una sorta di mostro mitologico con il viso splendente, perfetto, immacolato, mentre il corpo cede e si disfa in un marasma maleodorante.

Non temeva nemmeno il castigo divino per la sua tracotanza, anzi, voleva che gli Dei stessi provassero invidia per l'uomo che veniva dal nulla e li aveva superati. Morì improvvisamente, d'infarto, come l'ultimo dei poveracci che aveva fatto scacciare dalla vecchia Askhabat. Oggi il nuovo potere fa abbattere le sue statue, forse per un lento ritorno alla normalità, forse, più plausibilmente, per sostituirle con quelle del suo successore.

La Polo, ormai grigia di sabbia, fango e polvere, si destreggia umile nel traffico di auto sgargianti ed enormi avenue, e pare il topolino Fievel appena sbarcato coperto di cenci e odore di terza classe nella New York del sogno americano. Non omnes arbusta iuvant humilesque myricae.

Ai lati della strada decine di donne nel caldo più atroce spazzano senza sosta la città degli specchi, in una battaglia continua per cancellare l'idea che appena lì fuori, ad un passo, ci sia il deserto.

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