Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - nona parte

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - nona parte

Nona puntata: iniziavano a preoccuparci, ma i ragazzi di Highway to Khan devono accelerare e c'è meno tempo tempo per scrivere. In ogni caso continua il Mongol Rally di Francesco Barbieri, Federico Maccagni e Francesco Fanelli, partiti il 23 luglio scorso da Piacenza alla volta di Ulan Bator. Oltre che su Travelblog, seguite le loro avventure sul blog di Highway to Khan e sulla loro pagina Facebook.


Il museo che dovrebbe celebrare la peggiore catastrofe ambientale della storia quasi non esiste: è una stanza all'interno di una misera casa della cultura di epoca sovietica, tra un teatrino in penombra dove si svolgono le prove di un balletto scolastico e un ufficio che potrebbe essere uscito dalla penna di Dino Buzzati, a galla in un tempo imprecisato dove non accade nulla e nulla mai accadrà: un semplice trillo del telefono avrebbe la forza di un meteorite, in questa Fortezza Bastiani persa ai confini occidentali della Repubblica Uzbeka, vicinissima alle lande desolate del Kazakistan.

Sono esposte foto e brutti quadri che raccontano un mondo che non esiste più. Animali malamente impagliati appesi alle pareti, lupi, linci, falchi pescatori, donnole, nutrie, lontre e un aquila inchiodata per le ali come in croce a ricordare che qui, una volta, c'era vita.

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - nona parte
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Suprema nemesi, nei tre barattoli che espongono i pesci, s'è asciugata persino la formalina, lasciando solo lische corrose e brandelli indefiniti di pelle. Firmi il libro degli ospiti all'uscita, e sembra di firmare quello all'entrata delle chiese durante i funerali.

Fa un caldo africano, potrebbe essere un set abbandonato di uno spaghetti western nel deserto dell'Almeria: l'unica differenza è che qui non c'è finzione scenica, e che le persone ci vivono ancora, come fossili bloccati nell'arenaria di un'altra era geologica.

L'unico monumento della città, se così si può chiamare, è una barca arrugginita portata sulla piazza principale e incastonata per sempre nell'asfalto fuso dal sole, come un asteroide piovuto da chissà dove.

Moniaq è una città costruita sull'assenza.

Innanzitutto quella di un'intera generazione: in giro solo vecchi e bambini, a far compagnia a cani rabbiosi e a mucche che pascolano ai lati della strada. La fascia di età tra i venti e i cinquant'anni non esiste, cancellata dall'emigrazione. Non c'è lavoro qui, è stato ucciso dall'olocausto ambientale e poi seppellito in fretta dalla rimozione culturale imposta dall'alto, e se si vuol mantenere la propria famiglia non c'è altro metodo che fare la valigia e cercare fortuna lontano.

Fino a trent'anni fa esisteva una florida industria di conservazione del pesce, vanto dell'economia sovietica: materia prima freschissima, operai specializzati, gas dalle inesauribili riserve centroasiatiche, e la latta per le scatolette dalle formidabili acciaierie ucraine. L'utopia leniniana del soviet più elettrificazione stava perfettamente di casa qui.

Fino a trent'anni fa c'era una flotta di pescherecci da film di Ėjzenštejn, massima efficienza e produttività da record, premiata più volte dal governo di Mosca: ventimila tonnellate di pesce all'anno, di oltre venti specie diverse tra cui il siluro e il pregiatissimo storione.

Fino a trent'anni fa traghetti turistici facevano la spola da Aralsk in Kazakistan, per ammirare un ecosistema unico, con duecento specie animali diverse, tra cui l'antilope saiga, l'ongaro e il falco pescatore.

Fino a trent'anni fa a Moniaq era un promontorio affacciato sul Lago d'Aral, immenso bacino d'acqua salata compreso tra il Kazakistan, l'Uzbekistan e il Turkmenistan.

Ora è un istmo di terra proteso verso un enorme deserto di polvere, sale, pesticidi e pozzi petroliferi, spazzato dal vento e dalle tempeste di sabbia, con un tasso di mortalità infantile tra i più alti di tutta l'Asia, dove la gente ti scruta con uno sguardo da far tremare i polsi, in un misto di disperazione silenziosa, rassegnazione e assenza apparente di qualsiasi emozione.

Non sono robot, respirano, parlano, i bambini giocano per la strada e i vecchi riposano all'ombra, ma qualcosa non torna: forse è davvero soltanto un enorme set cinematografico costruito appositamente per sussurrare al mondo il suo memento mori.

Fino a trent'anni fa a Moniaq c'era il mare, poi l'Unione Sovietica decise di piegare la natura, coltivare cotone - arbusto che richiede una grandissima quantità d'acqua - in mezzo al deserto del Karkum. Deviarono fiumi, costruirono canali irrigui, resero stanziali millenarie popolazioni nomadi, e imposero una dissennata monocoltura laddove l'unica forza era la stagionalità e l'adattamento ai ritmi imposti da una natura tanto crudele quanto generosa con chi sapeva rispettarla. E fallirono, prosciugando il più pescoso dei propri mari.

Ancora più che nell'arcipelago gulag, nelle deportazioni di massa, nel genocidio delle carestie ucraine, nelle collettivizzazioni forzate, nella burocrazia rigida e ottusa, il fallimento del sistema si mostra con tutta la sua forza qui: in questo mare che non esiste più, in questo deserto sconvolto dal vento e bandito dalla memoria degli uomini, in questa canicola atroce e secca che trasforma i visi in sassi raggrinziti e i campi in pietraie brulle, in questa tristezza senza fine di colazioni a birra e vodka, nella penombra di questo infinito novecento a trenta watt..

Gli storici che si riempiono la bocca dissertando sul secolo breve dovrebbero farsi un giro qui, in questo fetore di fabbriche abbandonate, di olio, sudore e sangue, di operai senza lavoro, di emigrazione senza ritorno, di bambini che cavalcano biciclette troppo grandi con la gamba incrociata sotto, come si usava cinquant'anni fa, di vecchi pescatori affacciati a quello che era il molo, prigionieri del ricordo ossessivo della scomparsa centimetro dopo centimetro del proprio mare, di automobili ferme a lato strada col cofano aperto in attesa della milionesima riparazione: finché esisteranno luoghi come questo, il novecento non avrà fine, come lo spirito di un corpo insepolto che torna dall'Ade per molestare i vivi, ricordando loro il destino di cenere.

Se una nave che solca il mare è da sempre il simbolo del progresso e della sete di scoperta dell'uomo, queste decine di barche insabbiate in mezzo al deserto, impossibilitate a muoversi nonostante un vento incessante, sono il simbolo più alto della sua sconfitta: paiono tartarughe rovesciate sul dorso, incapaci di qualsiasi mossa che possa svoltare un destino già segnato.

Al tramonto, sull'orizzonte lontanissimo appare una chiazza rossa, irreale, che si alza veloce: la suggestione apocalittica qui è talmente forte da farlo sembrare un fungo atomico. In realtà è una prodigiosa alba di luna piena, enorme e luminosissima.

Il vento fischia tra gli arbusti di salvia del deserto, e pare di sentire la voce di Allen Ginsberg che dal profondo del mare archeozoico, lancia il suo Urlo disperato.

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