Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - ottava parte

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - ottava parte

Ottava puntata: stavolta i ragazzi di Highway to Khan ci raccontano dell'Iran. Il Mongol Rally di Francesco Barbieri, Federico Maccagni e Francesco Fanelli prosegue. Partiti il 23 luglio scorso da Piacenza, quando arriveranno a Ulan Bator, in Mongolia? Seguiteli su Travelblog per scoprirlo, e naturalmente sul blog di Highway to Khan e sulla loro pagina Facebook.

“Yamir Youssef viveva al Il Cairo, e tutte le notti faceva lo stesso sogno: sognava un uomo, tutto bagnato, che si toglieva una moneta di bocca e gli diceva: 
- Yamir, la tua fortuna è a Teheran. Tu devi partire, e andare a Teheran. 
Una settimana, un mese un anno sempre lo stesso sogno, finalmente Yamir prese il fagottino e partì.
 Arrivò a Teheran sull’imbrunire, nello stesso momento in cui nella piazza dove si trovava arrivavano dei briganti. I briganti rapinarono tutti, lasciarono tre o quattro morti in giro e scapparono. 
Quando giunse la polizia c’era solo Yamir, come un fesso, in mezzo alla piazza. La polizia lo arrestò, lo prese a legnate per tre giorni.”

Teheran: hic sunt leones. Basta nominarla, e gli occhi degli interlocutori si sgranano. Dalla Repubblica Ceca alla Bulgaria, passando per l'Ungheria e la Serbia, è sempre la stessa storia: non passate in Iran. In Turchia diventa un mantra, ripetuto ossessivamente da tutti: lo stato canaglia, quello di cui tutte le televisioni parlano mostrando donne velate, tumulti di piazza, le bandiere degli Usa bruciate e una specie di psicopatico integralista al governo, è un vicino scomodo.

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - ottava parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - ottava parte

Ankara e Teheran dividono lo stesso pianerottolo, e sembra di stare dalle parti di Erba: di qui la testa di ponte della Nato in Medioriente, sogno europeo d un passo dall'essere realizzato, e la sensazione di contare qualcosa nel giro di quelli che contano. Di là l'integralismo più becero, un popolo di pecoroni e tagliagole e l'ossessiva chiusura a riccio verso il mondo. Yamir Youssef a Teheran verrà sempre pestato a sangue e derubato. Ad andar bene. Varcando il confine, pare di entrare nella stanza segreta di Barbablù, quella a cui nessuno può accedere, pena la vita.

Faccendieri e imbroglioni di piccola tacca in frontiera, traffico impossibile, clacson impazziti, moto contromano e camion a folle velocità. Donne che si stringono il niqab nero al collo come fantasmi nella notte senza luna. Ramadan: vietato mangiare, bere e fumare in pubblico fino al calar del sole. I ristoranti chiusi per un mese. Al primo approccio, l'Iran non fa nulla per smentire la sua nomea. L'ingresso alla capitale è di quelli da far tremare i polsi: il cielo è nascosto da una spessa coltre di smog giallognolo e il caos della tangenziale fa rimpiangere le già impossibili strade di Istanbul: l'inquinamento è uno dei peggiori del mondo.

Shoei ha ventisette anni, ama la musica e vorrebbe farne il proprio mestiere. Ci accoglie nella sua casa, in quello che da fuori appare come un grigio block di periferia. Abita con la madre e la sorella: anche qui per i giovani è dura potersi rendere indipendenti. All'interno, sembra un tuffo negli anni sessanta: tinello, salotto buono con i divani e il tavolo coperti di cellophane per non sporcarli, piatti di porcellana decorati che sarebbero piaciuti a Gozzano.

Stoviglie color nostalgia, verrebbe da dire. Nell'aria, profumo di coriandolo, pistacchio e menta. Potrebbe essere la casa dei miei nonni, ma gli odori ne tradiscono la geografia: là erano terrigni, emiliani, farina uova e formaggio, tanto qui sono mediorientali, eterei e penetranti. Shoei ha un altro fratello, non di sangue, che si chiama Madi. Stessa età, e una sola ossessione: gli Stati Uniti d'America.

È l'esatto contrario di come ci si aspetta un iraniano: indossa una maglia I love NY, porta un cappellino da skater sulle ventitré, beve Coca Cola e rifiuta le pietanze prelibate della sua tradizione: meglio un hot dog, come sulla quinta strada. Neanche da dire che il suo sogno è quello di emigrare.

Entrambi frequentano l'unico skate park di Teheran, in un enorme centro sportivo aperto ai tempi dello Scià, e miracolosamente scampato nonostante le pressioni del Governo. Come loro decine di ragazzi, figli della piccola e media borghesia: tra loro parlano solo in inglese, si salutano battendosi il pugno e sognano una birra vera, non quella che piace al potere, analcolica e dolcissima.

Hanno facce pulite, parlano ingenuamente di libertà. A loro non interessa la politica, tanto qui è sempre la stessa cosa: pochissimi decidono per tutti, che siano Scià filo occidentali, Imam Integralisti o gli alfieri della rivoluzione verde di Twitter di due anni fa.

Anche loro sanno usare la rete, e come: conoscono a memoria i trucchi per evitare la censura che chiude sempre di più le sue maglie, sono perennemente collegati a Facebook, ma lo usano per conoscere ragazzi e soprattutto ragazze, cosa altrimenti difficilissima: i locali notturni non esistono. Al massimo si può girare in macchina tutta la sera, cercando negli ingorghi uno sguardo, una parola, o passarsi fugacemente un biglietto col numero di telefono dai finestrini.

Ricordano – con tempi e modi ovviamente diversi - i vitelloni narrati da Fellini: ingenui, malinconici e sempre in bilico tra un presente dove nulla accade e un domani, un altrove, talmente irraggiungibile da sembrare irreale, e quindi idealizzato. Ci trascinano nelle loro scorribande percorrendo decine di chilometri nel continuo ingorgo della città, hanno l'urgenza matta e disperatissima di mostrarsi diversi da quella che sanno essere la loro immagine in giro per il mondo.

Tutto è concitato, rapido, anfetaminico, logorante: c'è da farsi girare la testa. I ragazzi parlano e non la smetterebbero più: cinema, quello italiano, dallo shock per il Salò di Pasolini a Bertolucci. Ci chiedono chi secondo noi è più grande. De Sica o Benigni? Poi quello iraniano, che anche nelle sue forme più emancipate e disincantate non manca di raccontare il loro paese attraverso stereotipi.

Poi poesia, calcio, donne, fregnacce e vanterie da bar, discorsi seri sul futuro del loro paese. E ancora viaggi, l'India sognata e poi vissuta, il Pakistan, l'amato e odiato Afghanistan, di cui si conoscono i trafficanti d'oppio ma non la lingua persiana purissima. Tutto si mescola, ribolle, esonda, tracima in una raffica di parole che sembra non finire mai.

Musica assordante e semioscurità, in un appartamento al piano nobile di un elegante palazzo nel nord della città: nel salone decine di ragazzi e ragazze ballano, si sfiorano, ridono sguaiatamente. Potrebbe essere una qualsiasi festa in una qualsiasi metropoli occidentale, ma l'effetto è dirompente: le ragazze hanno gonne corte, scollature vertiginose, schiene nude e tacchi alti, da una tanica di plastica esce un'immonda sostanza alcolica di contrabbando, che puzza di veleno metilico, ma che importa, non capita tutti i giorni.

La parola d'ordine è divertirsi, eccitarsi, trasgredire, con una forza vitale unica, primitiva e animalesca. Domattina è tutto finito, e per uscire di casa bisogna rimettersi il velo e coprirsi gambe e braccia e ricominciare a recitare una parte tanto subita quanto odiata.

Intanto a casa, ci attende la mater familias, per un nuovo giro di giostra: sta cucinando da due giorni per noi, non vuole proprio farci mancare nulla, ma Shoei sente che il tempo gli sfugge, non vorrebbe più tornare a casa, aumenta ancora il ritmo delle parlata, infila una parola dietro l'altra senza nemmeno più prendere fiato. Se si è vitelloni, lo si è fino in fondo, e la madre che attende a casa fa parte del gioco.

Inoltre i concetti di tempo e di spazio nel mondo islamico subiscono ancora di più l'influenza della relatività: cinque minuti possono voler dire un'ora, o un chilometro l'intero ottovolante della tangenziale più congestionata d'Asia. Anche se si è convintamente atei, tutto è nelle mani di dio. Inshallah.

E' già notte quando finalmente la cena può avere luogo, in un tripudio di profumi, sapori, colesterolo glicemia e trigliceridi: se è vero che in Iran l'ospitalità è cosa sacra, qui siamo di fronte alla sua suprema celebrazione, con i riti e le modalità di una laicissima Messa dove nulla è lasciato al caso.

L'officiante, la razdora come si chiamava cent'anni fa in Emilia, ci guida in un crescendo di gusti e emozioni: almeno dieci portate, carne, pesce, zuppe, frittate, misticanze profumatissime di coriandolo menta e basilico rosso, dolci, dolciumi e frutta. Siamo commossi fino alle lacrime.

Il giorno dopo, i quotidiani iraniani mettono in prima gli scontri tra manifestanti e polizia che a Londra hanno causato alcune vittime: nella foto a tutta pagina i tumulti fanno paura, e il titolo a cinque colonne invoca l'intervento della Nato contro la repressione attuata dalla polizia britannica.

“In una settimana di galera Yamir perse diciotto chili. Poi arrivò il capitano a interrogarlo.
Yamir gli disse: - è colpa del sogno. 
Il capitano lo guardò ridendo e gli disse:
- Yamir! Ma tu non devi credere ai sogni: i sogni sono delle falsità, delle bugie…pensa che io è un anno che sogno un giardino con una meridiana, e dietro la meridiana un pozzo, e dietro il pozzo un cespuglio, e dietro il cespuglio un immenso tesoro. Se avessi creduto a quel sogno sarei partito a cercarlo, invece no: è una gran puttanata, non devi pensarci. Ti vedo molto male: adesso ti faccio curare e poi ritorni a casa. 
Infatti, dopo una settimana Yamir, un po’ ritemprato tornò a casa. Andò subito nel suo giardino, e passò la meridiana, passò il pozzo, passò il cespuglio e trovò il tesoro.“

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