Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - settima parte

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - settima parte

È sempre bello quando mi arrivano mail che si chiudono con "Siamo a Teheran", perché so che sono loro: il team di Highway to Khan procede verso Ulan Bator per il Mongol Rally. Oggi pubblichiamo la settima puntata del viaggio di Francesco Barbieri, Federico Maccagni e Francesco Fanelli, partiti il 23 luglio scorso da Piacenza.

Ha quarant'anni e potrebbe averne venti in più, se ci si limita ai tratti del viso. Occhi mediorientali, oblunghi e nerissimi, che si muovono veloci come quelli di una donnola, falcata corta e rapida come quella della lince anatoliche che abita queste montagne e un metabolismo da uccello migratore, mangiare poco e muoversi molto: ha un solo giorno per mostrarci la sua valle incantata, e non vuole perdere un solo istante.

Si chiama Muslum e fa l'apicoltore. Ha viaggiato il mondo, Canada, Germania, Francia, e poi è tornato nella terra che fu dei suoi avi. Ci tiene a mettere subito in chiaro le cose: non è né turco né curdo, ma semplicemente Dersim, come il nome perduto della sua città. Odia i nazionalismi, si definisce pagano. Quasi tutti qui la pensano come lui: le ragazze girano senza velo e con gonne corte, si beve birra come in Germania e la moschea è frequentata solo dai militari dell'esercito di stanza qui.

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - settima parte
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Ha sofferto, Dersim, e tanto. Mustafà Kemal Ataturk volle occuparsi personalmente della distruzione di questo idilio tra i monti, dove da millenni Turcomanni, Armeni, Aleviti, Curdi e Zaza vivevano in pace: per il nuovo granitico stato Turco era impensabile un luogo simile. Nel 1938, la famigerata operazione Tunceli portò alla distruzione della città e dei villaggi armeni persi tra le montagne, l'abbattimento di tutti i ponti sul fiume sacro Munzur, la deportazione delle ragazze del paese verso Istanbul e Ankara, e un vero e proprio massacro della popolazione civile.

L'umiliazione finale fu quella di sostituire il nome antico della città con quello dell'operazione “pugno di ferro”, Tunceli per l'appunto, nella speranza malefica di rubarne anche l'anima. Pare Macondo, la città narrata da Garcia Marquez, dove le stirpi sono condannate a cent'anni di solitudine e non hanno una seconda possibilità sulla terra: luogo di contrasti violenti, di natura incontaminata e di villaggi di apicoltori dove si vive in tenda per paura di nuove distruzioni.

Di un fiume sacro dove vivono pesci e crostacei rarissimi, divenuto rosso del sangue delle migliaia di persone accerchiate e sterminate in uno strettissimo canyon che da allora prese il nome di valle della morte. Di patti giurati tra uomini liberi che sulle stesse acque decisero che avrebbero venduta cara la pelle, e mai e poi mai avrebbero smarrito la propria identità cosmopolita.

Di un turismo agghiacciante che ancora batte i villaggi distrutti alla ricerca dei tesori seppelliti dagli Armeni prima della diaspora e dell'olocausto. Di apertura mentale senza pari, dove la parola Resistenza trova il suo significato più alto.

Risaliamo la valle alla bersagliera, Muslum col suo passo da camoscio apre la strada tra boschi e ghiaioni, non vuole tralasciare proprio nulla. Non esistono ponti, e la strada è una sola: i ponti uniscono, e per questo il potere ne ha il terrore. Ancora oggi, appena ricostruiti, vengono distrutti.

Racconta Muslum, e non la finirebbe mai: conosce ogni albero, ogni anfratto, ogni storia della sua valle: ha studiato, parlato con gli anziani, battuto palmo a palmo ogni centimetro alla ricerca delle tracce più insignificanti. Fa rivivere villaggi rasi al suolo, disegna cerchi in aria per indicare la geografia estinta di quei luoghi.

I Dersim - spiega- sono una corrente dei già straordinariamente aperti musulmani aleviti: credono nella reincarnazione, e per questo fino a poche decine di anni fa non mangiavano animali cacciati o pescati, ma solo allevati.

Conservano il culto delle foreste e delle sorgenti, che i monoteismi di ogni colore hanno cercato di cancellare: molto più facile da controllare un popolo con un solo dio, con una sola strada, con una sola lingua. Praticano sacrifici rituali in onore di Fatima, ma pregano Francesco d'Assisi. Tra Turchi e Curdi non fanno grande differenza, entrambi si sono macchiati dello sterminio degli Armeni, e poi si sono scontrati per mere questioni nazionalistiche.

Vola alto Muslum, guarda la terra da un punto lontano, come un cartografo sui primi aerei: non si lascia disturbare dalle tentazioni e dalle beghe del mondo, ma ne da un disegno quasi perfetto. Al tramonto arriviamo alle sorgenti del Munzur, e pare di essere sul Gange: centinaia di persone si immergono, banchettano, accendono ceri e fuochi votivi, offrono cibo e thè caldo ai viandanti seguendo un millenario precetto di ospitalità e accoglienza.

Se è vero che i paradisi sono solo quelli perduti, la cacciata di Adamo ed Eva deve per forza essere partita da qui.

E' tarda sera, e al fiume suonano le cornamuse e si balla in cerchio: siamo esattamente nel baricentro dell'Anatolia, ma potremmo essere tra i monti di casa. Stessi strumenti, e le danze sono quasi identiche alle alessandrine e manfrine che si ballano in quello straordinario punto di Appennino dove Liguria, Emilia, Lombardia e Piemonte si incontrano attraverso le vie del sale. Il Ramadan, i trenta giorni di penitenza e digiuno del mondo musulmano, quassù non arriva.

Muslum sorseggia una birra ghiacciata, e i suoi occhi ridono: è consapevole di conoscere e di saper raccontare una storia unica.

Seguite le avventure di Highway to Khan sul loro blog e sulla loro pagina Facebook.

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