Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - sesta parte

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - sesta parte

Sesta puntata: man mano che i ragazzi di Highway to Khan procedono nel loro viaggio le comunicazioni diventano più lente. Ma eccovi la sesta tappa: Francesco Barbieri, Federico Maccagni e Francesco Fanelli sono partiti il 23 luglio scorso da Piacenza per il Mongol Rally 2011, a bordo di una Polo. Vediamo cosa ci raccontano degli ultimi km percorsi:

Tappa da scalatori puri, settecento chilometri e cinque passi. Una Cuneo Pinerolo del ciclismo che fu, la Cima Coppi a quota 2600, condizioni atmosferiche estreme. La Polo, passista delle grandi pianure, deve cambiarsi d'abito e indossare i polpacci di un Charly Gaul, ansimare, boccheggiare, prendere i tornanti all'esterno e cercare zizagando la pendenza più dolce nei rettilinei.

Non ha il passo saltellante della capra o la sicurezza fiera dello stambecco, felici su qualsiasi pendenza e pronti ad esibirsi in evoluzioni antigravitazionali. Ha la camminata lenta e saggia di un mulo degli Alpini carico all'impossibile, non conosce slanci o esibizionismo, ma arriva ovunque.

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - sesta parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - sesta parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - sesta parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - sesta parte

Si parte da Unye, dove il mattino non ha certo l'oro in bocca: sotto un timido sole è - se possibile - ancora più triste e brutta. Pioggia da Transilvania, si costeggia il Mar Nero fino a Trebisonda. Sarebbe forse piaciuta a Fellini questa costa, con la sua aria da Rimini perennemente fuori stagione, gli alberghi vuoti memori di chissà quali altri splendori, e i vitelloni che per prima cosa ci chiedono delle nostre avventure erotiche durante il viaggio.

Verso Sumela la strada inizia a salire, in un'atmosfera da libro di Tolkien: foreste di abeti di un verde profondissimo, nuvole basse, nebbia fitta, il sottobosco che sfiata umidità e una pioggia tanto sottile da sembrare vaporizzata. Il monastero incastonato nella roccia è un'apparizione: a strapiombo su un mare di ovatta e coperto da un cielo d'orzata, sembra quasi di vedere arrivare in volo Falkor, il fortunadrago de “La storia infinita”.

La leggenda racconta che l'edificio sacro fu edificato nel 386 da monaci scalatori che veneravano una Madonna nera: una chiesa scavata nella roccia, sale di studio, cucine, ostello, e una fonte miracolosa. Tutto incorniciato da un grandioso acquedotto che sembra sfidare le leggi della fisica: il carisma del luogo è tale che anche sotto l'Impero Ottomano fu protetto e conservato per volere del sultano Maometto II in persona.

Ancora oggi, pur rovinato dall'incuria e dall'idiozia dei turisti, è frequentato dalla gente del luogo che, pur essendo musulmana, crede nel potere taumaturgico delle sue acque. Si continua il tappone alpino, ma dopo il passo lo scenario cambia improvvisamente: sole a picco, altipiani affogati nella canicola, pietraie, alberi radi e il giallo a dominare la scala cromatica.

Compaiono le prime casematte dell'esercito turco, i posti di blocco, le torrette di guardia con i mitra sempre spianati, i mezzi blindati, e gli sguardi torvi e spaventati dei militari turchi. Si va verso Tunceli, dove è rovente anche la questione curda. Abbiamo già conosciuto in passato la tensione che si respira intorno ai villaggi di questo popolo senza casa, la miseria di una vita da perseguitati, la fierezza e il coraggio di combattere una battaglia già persa.

Abbiamo ascoltato i canti malinconici per la capitale perduta, Dyarbakyr dalle mura color del miele affacciate sul fiume dei fiumi, il Tigri. Ci siamo commossi per la bellezza mozzafiato di Mardin, con la moschea che domina la pianura siriaca, i caravanserragli, la madrasa, e per i suoi abitanti che parlano l'aramaico, fuori dal tempo e dallo spazio degli uomini e del potere. Abbiamo visto i segni delle torture, le braccia spezzate, i figli morti e le figlie perdute.

Ne abbiamo saggiato la straordinaria ospitalità, in una sera di Newroz: i falò bruciavano sulla sommità di ogni collina, i ragazzi li tenevano accesi e come in una prova iniziatica li saltavano urlando, mentre il sindaco di Nusaibyn, nostro ospite, raccontava le origini mitiche del suo popolo, tra fanciulle rapite, tiranni assetati di sangue e fuochi sacri.

Provammo anche la ferocia della repressione turca, in una giornata di festa: canti patriottici e danze conclusi con gli spari sulla folla indifesa, il sangue e la disperazione per una nuova sconfitta.

Strapiombi, orridi, gallerie da malebolge, asfalto rattoppato e buio afgano negli ultimi cento chilometri: non un'anima viva, solo le luci dei militari turchi sulle cime a confondersi con un cielo stellato impressionante, e lo spicchio di luna incorniciato tra le montagne pare solo la continuazione delle onnipresenti bandiere di Ankara.

Cani da pastore anatolici, stazza da plantigradi e forza da tori, dormono sul ciglio con gli occhi semiaperti per difendere le centinaia di arnie bianche che punteggiano la valle come fuochi fatui. I limiti della strada segnalati solo dal coro di milioni di cicale.

Su queste montagne si scannano da quasi trent'anni i giovanissimi militari dell'esercito e i guerriglieri del Pkk, donne e uomini che hanno scelto la via della clandestinità e della lotta armata, nella vana illusione di dare un futuro diverso al proprio popolo.

Le notizie che da Tunceli arrivano in Italia sono poche e sconfortanti: si parla di clima da cortina di ferro e di coprifuoco, di pane razionato e miseria nera. Nel 1938 Mustafà Kemal, il padre della moderna Turchia, volle guidare personalmente l'operazione di pulizia etnica per distruggere questa babele dove da migliaia di anni popoli diversi convivevano in pace: Dersim, si chiamava, “Porta d'argento”.

Non soddisfatto dopo la devastazione, Ataturk sparse il sale sulle rovine cambiandone il nome: divenne Tunceli, “Pugno di ferro”. Esattamente come se, dopo il 6 agosto 1945, a Hiroshima fosse stato imposto il nome di “Little Boy”. Ultimo grandioso spartiacque, all'arrivo: il Monzur brilla tra le luci delle case e scorre rapido. Direzione Eufrate, che solo a pronunciarlo mette i brividi, e poi giù verso le Mille e una Notte, il Golfo Persico, attraverso quelle terre che diedero inzio alla nostra civiltà.

Porta d'argento era davvero il nome perfetto.

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