Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quinta parte

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quinta parte

Doppia puntata oggi per le avventure di Highway to Khan al Mongol Rally: Francesco Barbieri, Federico Maccagni e Francesco Fanelli stanno percorrendo sulla loro VW Polo un percorso che da Piacenza arriverà fino in Mongolia. Un bel viaggetto, che Travelblog seguirà passo per passo.

Unye, Mar Nero. Terrazza a picco sulla spiaggia. La costa da Samsun a qui è di una tristezza al cui confronto la Bulgaria pare Gardaland. Pioggia, nuvole basse, palazzi come blok di Togliattigrad, ma più sbrecciati. Mare color della pece, spiagge fangose, una centrale nucleare poco più indietro, un'allegria diffusa da epoca Brezneviana.

Istanbul è una città da marinai, costruita da marinai per marinai: quando ci sei la maledici, troppi turisti, smog, traffico. Dopo il ponte Ataturk inizia a prenderti una nostalgia boia, vorresti già tornare indietro, assaporarne l'ultimo odore, perdersi in una stradina più buia delle altre, incantarsi davanti ai pescatori di Galata: come Genova, peggio di Genova.

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quinta parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quinta parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quinta parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quinta parte

La lasciamo in tarda mattina, una deliziosa çorba di lenticchie rosse origano e peperoncino, l'ultimo sutlaç, e via verso l'Asia. Chilometri su chilometri su una strada che si inerpica in vallate ricoperte di faggi fittissimi e abeti.

Tutto il contrario dell'immagine classica della Turchia: ti aspetti pietraie arrostite dal sole, e trovi conifere. Ti aspetti capre a brucare dai sassi e asini macilenti, e trovi mucche ben pasciute.

Ti aspetti mare e isole, e trovi laghetti alpini. Il panorama non cambia verso Safranbolu, lunghi saliscendi con pendenze da Pamir, cielo coperto e pioggia leggerissima. Ci fermiamo sul ciglio della strada: un tavolo alla buona sotto una tenda improvvisata con tappeti e teli cerati, un fuoco di legna con un paiolo fumante, due donne che mondano i frutti dell'okra.

Ci offrono çay e verdure del loro orto, la lentezza dei loro gesti è atavica, non risponde a nessun calcolo. Un bollitore sormontato da una teiera per l'unica via - apparentemente banale ma in realtà difficilissima - per rendere bevibile l'infernale the turco, amarissimo, dal sapore di legno e tannini: scaldare l'acqua e contemporaneamente la polvere nera, preparare l'infuso, riempire a metà i bicchieri a tulipano, e aggiungere altra acqua bollente.

Hanno facce che paiono gli gnomi meravigliosamente disegnati da Poortvliet, pelle tiratissima e lucida, mani tozze, fazzoletti colorati in testa: la vicinanza col Mar Nero si sente, e parla di marinai ucraini e russi, di migrazioni millenarie e contaminazioni tra popoli. Una pannocchia estratta dal paiolo nero fumo, tre cetrioli piccolissimi, qualche pomodoro non ancora maturo e una spolverata leggerissima di sale.

Una statua sullo spartitraffico, che pare una caricatura della retorica sovietica, inneggia al lavoro: è Karabuk, mefitica località siderurgica. Giacimenti di ferro e carbone, fabbriche vecchie di cent'anni come mandrie di brontosauri, il cielo color dell'antrace. A lato della strada piccoli banchetti vendono agghiaccianti miniature in plastica di case ottomane, avvolte in cellophane completamente coperti di fuliggine: il tentativo misero e drammaticamente ridicolo di celebrare un luogo che non esiste più da almeno un secolo, sopraffatto dai miasmi venefici dello sviluppo.

Sembra di stare in Tempi Moderni di Chaplin, ma puzza di carbone, silicosi e morte sul lavoro. Safranbolu è sito Unesco dal 1994, case in legno, caravanserragli, piccole moschee su strade lastricate, negozietti di zafferano, una volta vanto dell'agricoltura locale, oggi importato dall'Iran e dalla Cina. Tutto troppo perfetto per essere vero: Chefchaouen è lontana, sembra di più Grazzano, borgo medievale fatto costruire da Giuseppe Visconti di Modrone all'inizio del ventesimo secolo.

Il panorama cambia di continuo, risaie, piantagioni di the, campi di girasole come in Boemia, con le oche al pascolo. Poi abetaie, faggete, laghi che paiono fiordi, luce irreale da sole a mezzanotte. Ancora un tempio a colonne doriche scavato nella roccia, macchia mediterranea, lentisco, santolina, cardi e campi di grano. Gli spazi si allargano, diventano anatolici, infiniti, altipiani e montagne a perdita d'occhio, l'orizzonte irraggiungibile.

Più si va avanti, più la Mongolia si fa lontanissima: il viaggio prende la forma di un cammino penitenziale, UlaanBataar è la nostra Santiago de Compostela: in macchina regna un silenzio spesso, carico di pensieri. Non c'è fatica fisica, ma la stanchezza e lo sconforto sono gli stessi, così come la voglia di arrivare fino in fondo.

Finalmente la discesa su Samsun, in mezzo a foreste impenetrabili e verdissime, curve e controcurve, camion carichi all'impossibile. Dalla terrazza cielo e mare non si distinguono, la notte è troppo buia. Nemmeno una stella in cielo, solo la rotta delle petroliere a indicarci cosa sta sotto e cosa sopra.

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quinta parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quinta parte

Seguite le avventure di Highway to Khan sul loro blog e sulla loro pagina Facebook.

  • shares
  • Mail