Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quarta parte

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quarta parte

Prosegue il viaggio degli amici di Highway to Khan verso la Mongolia: Francesco Barbieri, Federico Maccagni e Francesco Fanelli a bordo della loro VW Polo stanno tagliando l'Europa per il Mongol Rally. Oggi doppia puntata, la seconda la pubblicheremo nel pomeriggio. Intanto iniziate a godervi questa.

Si scrive Sultanahmet, ma si può tranquillamente leggere Piazza San Marco, Viale Ceccarini, Forte dei Marmi. Stesse facce da italiani in gita, stesse stranianti comitive giapponesi, stessi venditori pronti a tutto. Tra cafoni in canottiera, grida belluine e negozi finto tipici, serpeggia l'unica ossessione del turista: il cibo.

Una sfilza senza pari di ristoranti sfama le eroiche truppe lobotomizzate giunte fin qui: Istanbul sicuramente non ha venduto la sua anima, troppo grande, ma il resto, inequivocabilmente, sì. Nonostante la meraviglia unica delle due Moschee, questo posto fa orrore. In questi casi, ci sono solamente due luoghi che mi risollevano il morale: i saloni da barbiere e le stazioni.

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quarta parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quarta parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quarta parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quarta parte

Ricordo tutti i posti dove mi hanno sbarbato: vicino a casa, in uno dei pochi saloni rimasti, dove si parla di ciclismo, che ahimè i campioni di una volta non ci sono più. A Tangeri, nella più straordinaria kasbah a picco sul Mediterraneo, a discorrere di pallone in una lingua franca mezza francese e mezza inglese da sussidiario.

In Puglia, nel pieno di una litigata da coltelli tra il gestore e un avventore: urla da suk, ma mano incredibilmente ferma e risultato perfetto. Ancora a Mardin, dove mancava persino la corrente elettrica, ma la grazia del garzone di bottega ripagava di tutto. A New York, sessanta dollari nella più antica barberia della città, per un trattamento da film di Scorsese: asciugamano bollente, mano di fata, massaggio finale alla pelle.

Indimenticabile la prima volta a Istanbul, in una bottega che pareva una macelleria: tripla passata, acqua di colonia, incredibile strinatura con palla infuocata fin sotto gli occhi, e di nuovo colonia al cedro. Beati quei popoli che non si fanno la barba in casa: significa libertà di usare il proprio tempo, voglia di chiacchierare, e incondizionata fiducia verso l'altro.

Gerone, tiranno di Siracusa, si faceva sbarbare soltanto da una delle sue figlie, ma non fidandosi nemmeno di lei, pretendeva l'uso di una noce incandescente anziché il classico rasoio. Morì in malo modo. A Sultanahmet non ce ne sono quasi più, e l'unico che trovo è svogliato, rapido, impreciso. Ci mette cinque minuti non dice una parola. Come a Milano, colonne di San Lorenzo, pessimo segno.

Mi rifugio a Sirkeci, mitico capolinea dell'Orient Express. Del fascino degli anni trenta non resta nulla, non c'è traccia della borghesia raffinata e viaggiatrice che partiva da Parigi per conoscere il mondo. Sul mitico treno e all'arrivo solo ristoranti raffinatissimi e pietanze sopraffine: ora schermi luminosi e kebab, come a Berlino e Londra. Identici.

Traghetto per Kadikoy, sponda asiatica, alla ricerca di Hadarpasa, la stazione delle stazioni, quella che collega l'Europa all'Asia centrale: Teheran, Bagdad, Kabul, unica tappa obbligata verso le terre dei tappeti volanti. Immagino odore di fuliggine e sudore, lacrime e abbracci da ultimo saluto, furfanti, tagliaborse, contrabbandieri, sguardi furtivi sotto i veli neri, valigie di cartone e spago.

L'arrivo dal mare è straordinario, l'architettura Liberty della stazione domina quel tratto di Bosforo, fa sognare a occhi aperti. Peccato che oggi i treni si spingano al massimo fino a Dyarbakyr, lentissimi e vuoti. Solo una volta alla settimana a Teheran. Macchinette automatiche per i biglietti e nocciole confezionate.

Sul traghetto di ritorno, quattro ragazzine vocianti e sbracate si truccano per la vasca in centro, da lontano Kadikoy pare Times Square. Bisanzio è il più straordinario ponte mai costruito dall'uomo, perfetto zenith tra il sole che sorge e l'Europa, terra del tramonto. Crocevia delle millenarie migrazioni di animali e uomini, sospesa tra gli elementi che la compongono: acqua e aria, profondamente legata alla terra, ma mai terrena.

Banalmente alpha e omega di tutte le contraddizioni umane, rappresenta il mondo senza forse farne parte, con i piedi ben piantati nel mediterraneo e la testa vicino alla luna. La Istanbul di oggi, purtroppo, mi è sembrata solo cittadina di un mondo globalizzato, enorme sanguisuga che sugge da tutti i luoghi senza metabolizzare nulla.

Forse il segreto non è cercare i luoghi, ma aspettare l'attimo giusto.

Una terrazza di notte, quando la sardana infernale si è pian piano esaurita, e rimangono solo grida di gabbiani e puzzo di mare e petrolio. L'attimo prima della preghiera della sera, quando per una frazione infinitesimale di secondo tutto pare fermarsi fino a scoprire il punto morto del mondo.

Una lunghissima passeggiata sul Bosforo, domenica sera: miglia di persone si rilassano, chiacchierano, mangiano pistacchi, sparano ad improvvisati tirassegni, accendono falò, si baciano all'ombra con le gambe a penzoloni sul mare. Tutto l'universo e tutte le epoche coincidono, in questo supremo Aleph all'ombra di Palazzo Topkapi.

Ultimo panino col pesce, a tarda sera, seduti sugli sgabelli del porto di Eminonu, decine di pescatori che lanciano le loro lenze, fumo acre di carbone e nessun turista in giro.

Non c'è la luna a riflettersi nel Bosforo, ma un meraviglioso e insensato traghetto per Odessa lascia gli ormeggi. L'altrove esiste, ed è a portata di mano.

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - quarta parte

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