Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - terza parte

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - terza parte

Doppia puntata in un giorno per gli amici di Highway to Khan al Mongol Rally: ecco la terza puntata del viaggio che Francesco Barbieri, Federico Maccagni e Francesco Fanelli ci stanno narrando. Partiti da Piacenza a bordo di una piccola VW Polo, arriveranno in Mongolia. Nel mezzo ci sarà un viaggio che ricorderanno per sempre, e che racconteranno nel frattempo anche ai lettori di Travelblog.

Inizia la Pannonia, enorme pianura a perdita d'occhio. Girasoli, mais, ancora girasoli. Acquitrini, stagni, canali irrigui, marcite. In ogni paese, vicino al negozio di alimentari, si vendono attrezzature da pesca, Secchi e canne spuntano da qualunque motorino, macchina o bicicletta. Dev'essere una nevrosi collettiva, per gli ungheresi, la pesca. Non un hobby, ancora di più di una passione, un'autentica mania.

Si riversano a centinaia anche sul Po, alla ricerca del mitico pesce siluro, per loro una prelibatezza, per noi immangiabile: dategli una pozzanghera e un amo, e un ungherese vi solleverà il mondo. Gruppi di oche pascolano a lato della strada, punteggiando il panorama. Se proprio ci si dovesse reincarnare in un'oca, meglio farlo qui che in Francia.

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - terza parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - terza parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - terza parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - terza parte

Frutteti di pesche si mescolano ai girasoli, e l'enorme mole d'acqua aiuta la coltivazione di cocomeri e meloni, ai lati della strada le contadine vendono i prodotti dei loro campi. Inevitabile fermarsi e farne incetta: la vecchia con il foulard in testa e pochi denti in bocca se la ride, il raccolto è stato buono, ed estrae dalla sua familiare scassata un'anguria, un melone e un sacchetto di pesche.

Abbiamo solo euro, ma nema problema amico italiano. A volte l'aria levantina arriva fino in Ungheria. La nostra piccola Polo annusa l'aria d'oriente e chilometro dopo chilometro si trasforma in caravanserraglio. I documenti importanti, il carnet, i passaporti spariscono sotto una montagna di suppellettili, masserizie, vettovaglie.

La frutta va a far compagnia al piccolo albero di nespole che ci accompagna dall'inizio del viaggio, e il battito dei pistoni si sintonizza sulla partitura del rettilineo pianeggiante, come un dromedario sulla sabbia del deserto: caracolla, ansima, non galoppa mai, ma beve pochissimo, si difende bene dal caldo e contiene tutto quello che ci servirà per vivere nei prossimi quaranta giorni.

Tenda, sacchi a pelo, taniche, computer, angurie, alberi, scatolette di tonno ben nascoste. Con un po' di fantasia, la Pannonia potrebbe essere il Turkmenistan. Ci fermiamo a mangiare al lato della strada, a Kiskunhalas. Un grande stagno, regno di rane e persici trota. Enormi distese di canne, ninfee, tife. In Emilia, dove il felis silvestris catus fino a qualche decina di anni fa era considerato una leccornia, le chiamano massagat.

Per il viandante assetato non c'è nulla di meglio dell'oasi fresca dove mangiare frutta appena colta, avremmo voglia di addormentarci sotto l'ombra di un albero. L'Ungheria, a quanto pare, ha fatto sparire tutti i simboli del comunismo dalle proprie strade e città, come spazzare la polvere sotto al tappeto: in giro non ci sono tracce, nulla di cinquant'anni di regime.

Verso il confine serbo, in compenso, i campanili acquistano metri in altezza e le bandiere rosse bianche e verdi compaiono dappertutto, come ad esorcizzare l'atavica paura di un'invasione dal sud est. Odore di letame fresco e cevapcici, all'ingresso in Serbia, come nel più classico degli stereotipi. Carretti trainati da cavalli si mescolano a camion sghembi e a Mercedes nuove fiammanti. In pochi metri, dall'Ungheria cambiano i colori, il sole scotta di più, gli acquitrini lasciano spazio a campi che sarebbero piaciuti a Van Gogh.

Nei Balcani si va meno per il sottile, rimangono chiarissimi i segni di Tito e del suo esercito: lapidi con stella rossa, antiche scritte sui muri, monumenti sbrecciati. Incomincia il lassismo balcanico, e il suo fascino: case piantate a metà, strade rovinate, gli sguardi diventano insistenti, profondi, enigmatici.

Fino a Belgrado è Vojvodina, regione che ha sempre goduto dello statuto speciale e della benedizione della contaminazione tra razze: incredibile dictu, il primo edificio sacro che incontriamo è una moschea. Più o meno assurdo come vedere un campanile in piazza a Teheran. Forse stiamo sognando.

“Il mondo è fatto col culo” ci annuncia Miki, masticando il filtro della sigaretta, in piedi nella sua cucina “Kosovo, Iraq, Afghanistan, sempre la stessa storia. I piccoli si massacrano tra loro, mentre il più grande li guarda e si frega le mani”. Penso ai capponi di Renzo Tramaglino, tenuti per i piedi e interessati a beccarsi tra loro, sulla strada che li portava nella pentola di Azzeccagarbugli.

Il nostro ospite ha cinquant'anni, occhiali tondi, abbigliamento da film di Salvatores, e un'irrefrenabile parlantina. Conosce il mondo, e ha voglia di raccontarlo. Ci parla dei bombardamenti Nato, dell'infamia del ponte crollato, del lento ma inesorabile abituarsi ai fragori sotto casa. Sembrano i racconti di guerra dei miei nonni. Stesse miserie, stesse paure, stessa sofferenza nel raccontare. L'unica differenza è che parla di dieci anni fa.

All'epoca, mi ricordo compagni di scuola che andavano a vedere i decolli dei caccia atlantici dalle basi in Italia, la tv ci trasmetteva le immagini aeree di questa guerra che tutti chiamavano giusta, e pareva davvero una cosa lontanissima, come l'Iraq, come l'Afghanistan. In realtà era a meno di mille chilometri da casa nostra. Anche Miki scoprì dell'imminente bombardamento della sua città dalla televisione italiana: cinque minuti dopo, gli aerei già rombavano sulla sua testa.

“Italiani brava gente, come i rumeni” dice, e non capisci se è ironico, sarcastico, serio, o se vuole farci capire la pochezza intellettuale degli italiani che vede in televisione, terrorizzati dal pericolo che viene dal paese di Dracula. D'altronde, spiega che a in Serbia vanno tantissimi viaggiatori australiani, giapponesi, francesi, olandesi in bicicletta, tedeschi sulla via di Gerusalemme: italiani pochissimi, quelli conoscono a menadito le spiagge Thailandesi e ignorano sdegnati l'altra metà dell'Adriatico.

Dopo una vita all'estero per lavoro, ha aperto un piccolo ostello in centro a Novi Sad, e l'ha chiamato Sova: è nottambulo, e voleva che la sua creazione portasse il nome del suo animale totemico, il gufo. La stessa parola in danese vuol dire dormire, e nel gergo dei giovani serbi degli anni sessanta, riposare. Inoltre, spiega compiaciuto, gli ricorda il francese ça va.

Fino a qui, tutto bene.


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