Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - seconda parte

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - seconda parte

Continua il Mongol Rally degli amici di Highway to Khan: l'avventura benefica di tre amici - Francesco Barbieri, Federico Maccagni e Francesco Fanelli - su una vecchia VW Polo che arranca per tutta l'Europa centrale e oltre fino ad arrivare in Mongolia. I tre in viaggio ci stanno inviando i loro racconti di viaggio. Ecco la seconda parte, buona lettura.

Si riparte da Cezke Budejovice, nel cuore della Boemia. Dopo Mediterraneo e Mar Nero, valichiamo un altro spartiacque, quello del Mare del Nord. La voglia di farci trasportare dalla corrente della Moldava fino all'Elba e poi dritti a BrunsButtel attraverso Dresda e Amburgo è grande: ci immaginiamo già a navigare con la nostra utilitaria attraverso i canali commerciali fino a Berlino e il Reno, oppure verso il Mar Baltico.

Le Sirene della Mezzanotte hanno un richiamo magnetico fortissimo, e le nostre teste, come bussole, segnano una sola direzione: il nord. Cezke Budejovice, oltretutto, è la patria della Budweiser, e il profumo del luppolo di Zatec amplifica i paradisiaci richiami. Per fortuna di sola testa non è fatto l'uomo: la pancia e il cuore, insieme, sono ancora più forti, e non possono che ordinarci una sola direzione: il Danubio, i Balcani, l'Oriente.

Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - seconda parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - seconda parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - seconda parte
Mongol Rally, il reportage di Highway to Khan - seconda parte

Ci ancoriamo stretti alla nostra macchina, e ci lasciamo guidare. Dopo pochi chilometri, è già Austria, e la vicinanza del Fiume d'Europa ci riporta alla retta via, dove testa e visceri non possono che battere all'unisono.
Tra campanili, backerei e campi di segale il viaggio riacquista il suo ritmo, il motore si scalda, trova la pedalata perfetta, respira a pieni polmoni l'aria limpida profumata di abeti e sottobosco.

Marciamo a pieno regime su una splendida provinciale dell'Oberösterreich. Una piccola deviazione, e accade l'imponderabile, la bussola torna ad impazzire, ma non si tratta di una tempesta magnetica. Scompare anche la stella polare, perdiamo tutti i riferimenti: all'uscita da un piccolo boschetto di conifere, spunta alla nostra destra un campo di papavero. Non il nostro familiare papavero comune, ma Papaver Somnipherum, in altre parole, Oppio.

Così, senza nessun cartello ad annunciarlo, senza nessuna recinzione, così e basta. Lo avevamo già visto a Jerez de la Frontera, in campi super protetti e sorvegliati dalla Bayer, che lo usa per ricavare morfina e altri prodotti farmaceutici, ma così mai: non bastava il malefico crocevia di Po, Danubio e Moldava a confonderci le idee, ci voleva questo angolo di Pamir tra le Alpi a rimescolarle del tutto.

Ci avevano detto di non avventurarci nel sud dell'Iran, dove ci sono le coltivazioni di Papavero e le vie dell'Oppio, infestato di delinquenti e predoni, ed eccolo qui. Mare Del Nord, Baltico, Baluchistan in pochi metri, questo è davvero troppo, la Mongolia è sempre più lontana, non ci arriveremo mai. Solo in Austria possono coltivare la pianta più pericolosa e ricercata del mondo, per ricavarne i saporiti semi, del tutto innocui.

In Italia un campo simile verrebbe depredato tutti i giorni e alla fine distrutto dalla polizia, come succede per la canapa tessile. Qui no, si innaffia insieme ai gerani e ai crisantemi per il cimitero, si aspetta pazientemente che perda i suoi alcaloidi, e lo si usa per insaporire il pane nero. Cose da pazzi. Acceleriamo il passo, ci tuffiamo sulla mefitica tangenziale di Vienna, e puntiamo a Sud.

Abbiamo voglia di Ungheria, di laghi brumosi e sorgenti termali, di esseri umani in carne ed ossa, lontani dai replicanti senza sbavature dell'Osterreich. Finalmente la frontiera, ed è una boccata d'ossigeno da respirare a pieni polmoni. Ci fermiamo a Gyor, importante città universitaria sulle rive del Danubio, profumo di Mitteleuropa, Asburgo, torta Dobos.

Le strade del centro e i palazzi barocchi si sono fatti il make up con fondi stranieri, pullula di banche e assicurazioni italiane, mentre la periferia odora ancora di comunismo e patate lesse: pare una di quelle vecchie signore, una volta bellissime, che credono di ritornare giovani solamente attraverso pesanti passate di mascara della migliore marca. Non ci piace.

A Tata troviamo quello che stavamo cercando: un lago, nebbiolina, pioggia sottile e una meravigliosa aria di grandeur decaduta: era la località di villeggiatura dei nobili e della corte imperiale, e pare di sentire ancora in lontananza il nitrito dei cavalli e delle orchestre d'archi.

Ci fermiamo per la notte, domani Serbia.


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