Altri viaggi: 29 anni in cella di isolamento nel Penitenziario di Stato della Louisiana

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Su travelblog siete abituati a leggere di viaggi: di persone libere, che si muovono su aerei, navi, auto, anche in bici, o addirittura a piedi, per andare dove vogliono, in posti che amano. Oggi proviamo a ribaltare tutto proponendovi un pezzo uscito qualche giorno fa sul Guardian.

Dove c'è l'esatta antitesi del viaggio: ovvero, una pena di ventinove anni scontata di una cella di isolamento in un penitenziario della Louisiana. La storia del detenuto è una storia che corre ai margini della follia, tra le Pantere Nere e una assoluzione arrivata molto tardi, solo nel 2001.

Trovate tutto dopo il salto, buona lettura.

Sono entrato la prima volta nel Penitenziario di Stato della Louisiana all'inizio degli anni sessanta. Avevo diciotto anni. Ho fatto dentro e fuori per tutta la decade. Ai tempi, se eri nero, giovane e avevi anche dei precedenti, la polizia di New Orleans veniva sempre a cercarti quando aveva qualche caso che non riusciva a risolvere.

Nel 1969 finii dentro per una rapina che non avevo fatto e una volta dentro, mi unii alle Pantere Nere. Tre anni dopo un altro detenuto fu accoltellato a morte nel mio braccio, e a causa delle mie opinioni politiche fui condannato. Nel 2001 alla fine fui assolto, ma a quel punto, avevo passato 29 anni della mia vita in cella.

Era un buco poco illuminato, di 9 piedi per 6 (circa 2,70 metri x 1,80, ndt) con le sbarre che davano su una parete di cemento e sulle mura di un lungo corridoio. Dentro c'era un letto singolo, un water, un tavolo fissato e una sedia, e un ventilatore inserito nel muro.

Spesso camminavo avanti e indietro, da destra a sinistra, su e giù per ore. Imparai a conoscere ogni angolo della mia cella. Forse sembravo pazzo a camminare avanti e indietro per ore, ma non avevo altra scelta - avevo bisogno di mantenere il controllo del mio spazio.

A quel tempo provavo un'angoscia difficile da descrivere. Vivere 24 ore al giorno, sette ore su sette, anno dopo anno, senza la possibilità di essere rilasciato "on parole", senza possibilità di libertà vigilata o senza la possibilità che la pena venga sospesa, bé, è davvero dura.

La mia cella era in un'ala del penitenziario chiamata CCR - closed cell restricted - ma tra noi detenuti la chiamavamo Angola, perché prima che ci fosse il carcere su quel terreno c'era una piantagione dove avevano in passato lavorato molti schiavi. Tra volte a settimana mi lasciavano un'ora d'aria per fare due passi, dove restavo comunque separato dagli altri detenuti. La situazione era sempre molto tesa.

I guardiani cercavano di impedirci di parlare, ma noi riuscivamo a fargliela. Malgrado questo, stavamo male, e i prigionieri spesso si impiccavano nelle loro celle. Quando venivo sanzionato, era sempre perché parlavo troppo, e impedivo loro di de-umanizzarmi.

La peggiore punizione era il "cold box": era il nome che avevamo dato a una cella che si trovava in fondo a un lungo corridoio, prima c'erano tre cancelli, con altrettante porte. E quando ti ci mettevano dentro, l'isolamento era totale. Ci sono rimasto dentro un mese, ogni volta erano dieci giorni di fila, con il cibo passato da sotto la porta. Passavo giorni senza parlare con nessuno. Questa deprivazione sensoriale era una tortura per me - per sopravvivere sapevo che dovevo tenere la mia mente attiva.

Una volta riuscii a produrre delle caramelline pralinate fatte nella mia cella. Scambiai tabacco per avere gli altri ingredienti, come zucchero, noccioline, latte in polvere. Le ho cucinate quelle caramelline, usando una lattina di alluminio, bruciando la carta igienica per far sciogliere lo zucchero e trasformarlo in caramello.

Un'altra volta, incollai la carta igienica al pavimento col dentifricio: alla fine avevo fatto una scacchiera. Ci urlavamo le mosse da una cella all'altra. Quando eravamo in celle vicine, giocavo con Hernan Wallace e Albert Woodfox.

Loro erano Pantere Nere, come me, tenute in isolamento perché viste come minacciose per gli equilibri del carcere. Anche perché loro, le Pantere, avevano mobilitato gli altri detenuti contro gli abusi che venivano perpetrati dentro all'Angola in quel periodo.

Loro sono ancora lì dopo 38 anni - più di qualunque altro detenuto negli Stati Uniti. Furono accusati di avere ucciso una guardia del carcere, ma c'erano un mucchio di prove che li scagionavano.

Da quanto la mia sentenza è stata ribaltata, nel 2001, ho viaggiato in continuazione, cercando di spiegare alla gente che cosa significhi l'uso intensivo dell'isolamento nelle carceri americane. La Costituzione proibisce le pene "crudeli e insolite", ma questa definizione calza perfettamente sull'isolamento.

Quando sono uscito dall'Angola, non avevo capito quanto l'esperienza dell'isolamento mi avesse cambiato. Neanche ora il mio sguardo si è abituato. Mi riesce difficile valutare le distanze, per esempio - una conseguenza di avere vissuto per così lungo tempo in uno spazio ristretto. Dal punto di vista emotivo anche, trovo difficile tornare alla normalità.

Parlo dei miei ventinove anni in isolamento come se fosse una cosa del passato, ma la verità è che certe cose non ti abbandonano mai. In un certo senso io sono ancora lì. Quando mi liberarono promisi a me stesso una cosa: potevo anche essere uscito dall'Angola, ma l'Angola non si sarebbe mai liberata di me. Finché Albert ed Herman non saranno liberi, terrò fede a quanto detto.

Via | TheGuardian

Foto | Flickr

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